GIUSEPPE CAVA (Beppin da C).
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VECCHIA SAVONA.
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1971. SABATELLI Editore, SAVONA - GENOVA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Paolo Alberti e Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice.
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SAVONA DAL COLLE DEI CAPPUCCINI.
SAVONA DAL COLLE DEL "CASONE" O DI LORETO.
SAVONA DAL COLLE DELLA MADONNA DEGLI ANGELI.
L'ASCESA DI SAVONA.
LA VECCHIA VIA PIA.
ADDIO, VECCHI CASSARI.
PIAZZA DEL BRANDALE E DINTORNI.
IN GIRO PER LA CITT: I CARUGGI.
MUTI SFOGHI D'ODIO E DI LIVORE DELLE NOSTRE NONNE.
IL PONTE DI S. MARTINOE LA BORGATA DI LAVAGNOLA.
IL POZZO DEL DUOMO.
L'IMPICCAGIONE DI GIOVANNI CERRO DETTO IL "GIABBE".
CARNEVALEIDE.
VECCHIE MASCHERE NOSTRE.
"O LMETTO" DELLA VIGILIA DELL'APPARIZIONE.
LA SETTIMANA SANTA CINQUANT'ANNI OR SONO ED OGGI.
LA SETTIMANA DI PASQUA A SAVONA.
PALME, ULIVI E UOVA PASQUALI.
IL CORPUS DOMINI.
LA FIERA DI SANTA LUCIA.
VIGILIE DI NATALE D'ALTRI TEMPI.
NATALE.
ORCHESTRALI E CORISTI DEL VECCHIO TEATRO "CHIABRERA".
Fuori testo 16 illustrazioni tratte dall'archivio fotografico "Vecchia Savona" - Foto Brilla - Savona.
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FINE Indice.
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Vecchia Savona. Nota dell'Editore.
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Queste pagine di "Beppin da C" - deliziosa miscellanea di scritti apparsi in diverse epoche sulle colonne del quotidiano genovese "Il Lavoro" - avrebbero dovuto essere precedute da un'affettuosa introduzione di Angelo Barile.
Ma il poeta di Albisola, il "ligure di vena pi dolce", ci ha lasciati prima di poter recare l'ennesima testimonianza all'amico e sodale che aveva saputo portare il verso dialettale ad altezze inconsuete e degne dell'antica tradizione ligustico-provenzale.
Non  pleonastico qui ricordare che la pi bella pagina rievocativa di Giuseppe Cava - scomparso nei primi anni del secondo conflitto mondiale -  quella dettata appunto da Angelo Barile un quarto di secolo addietro.
In questi articoli, in questi bozzetti, in questi corsivi - balenanti quali rapidi "flashes" di Leica su una Savona e su savonesi da tempo ormai scomparsi - lo aedo dialettale della vecchia citt di Pancaldo e Chiabrera si esprime in lingua: ma l'"animus", l'atmosfera, l'ispirazione che lo guida, ci riconduce al mondo poetico del suo dialetto, di quel suo formidabile strumento d'espressione ch'egli maneggiava con la sicurezza e la disinvoltura del gran signore.
E la ristampa con aggiunte e revisioni, del suo bel volume "In t remin" giunge in punto a darcene conferma.
Generoso prototipo d'aristocrazia popolana, fervido credente nelle idee maestre del secolo in cui era nato, stupendo "anarchico celeste" rispettoso delle tradizioni in cui sua madre credeva, "Beppin da c" ci offre in queste pagine sparse, un esempio del suo tenace, incrollabile attaccamento alle pietre ed alle memorie della sua citt, ai caruggi ed al popolino, alle leggende marinare, alle manifestazioni religiose, ai ricordi di un'infanzia povera e felice.
Guardate come contempla la sua citt dai varii colli; come sa parlare, lui popolano, degli amministratori patrizi che, un secolo addietro "divinarono" la pi grande citt; come gli scomparsi "Cassari" o la perenne via Pia, il Brandale e la Campanassa, Lavagnola e il pozzo del Duomo e le Pasque ed i Natali rivivono sotto i nostri occhi come se li avessimo conosciuti.
E poi ditevi che quest'uomo, vero "self-made man", ha fatto s e no le elementari, che  un ex-tipografo, che ha avuto tra i suoi amici i nomi pi importanti delle arti e delle lettere di Liguria del suo tempo: e ditevi che fu un vero, grande, sincero poeta.
Ma fu, soprattutto, un uomo, nel senso pi alto e nobile e severo che gli spagnuoli sogliono dare alla parola "hombre".
Un uomo che potrebbe essere l'illustrazione di quell'assioma che lo scrittore ottocentesco Emilio De Marchi (da lui amato) foggi tanti anni or sono: "Il mondo ha pi bisogno di uomini buoni che di uomini grandi".
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SABATELLI.
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SAVONA DAL COLLE DEI CAPPUCCINI.
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Dopo tanti anni sono risalito ai Cappuccini, 76 metri circa sul livello del mare non sono l'Imalaia; pure una fatica dura e improba per i miei mezzi di locomozione. M'ha agevolato l'autobus di servizio alla Villetta. Ne ho avuto un compenso immenso di bellezza e di commozione. Un rapimento estatico, che di sullo stretto sacrato della chiesetta del convento, mi ha penetrato l'animo con l'incanto dello sconfinato spazio di cielo, di mare e di monti di cui i miei occhi si beavano avidamente insazi.
Altre volte quass ho invidiato ai modesti figli di San Francesco quest'eremo felice. In cospetto della circostante bellezza, della quale si ha l'impressione di essere il centro, la rinuncia al secolo e la povert a cui volontariamente si costringono, non mi sono sembrate tanto dure. Dominano, spaziano s'elevano verso quel cielo invocato nelle loro preghiere clemente ai mortali che vivon gi ai loro piedi, schiavi dei muri e privati della infinita allegrezza della natura sparsa sul mondo, e dagli spettacoli immensi di luce e di colore ch'essa inscena e cangia di continuo capricciosamente e superbamente incantatrice.
Vista di l la citt, di cui andiamo orgogliosi, sembra un grigio agglomerato di tetti accavallati, simili a un'ondata di lava rappresa e ancor fumigante dai mille comignoli ai piedi del colle. Una delusione, un formicaio in perpetua peregrinazione da una tana all'altra.
Ho sempre avuto una particolare simpatia per questi frati, sempre poveri in canna e solleciti a spartire col povero il pane dell'elemosina di cui vivono. Nessuno bussa invano alla porta del convento e nell'ora di mezzogiorno, mentre dai campanili della citt si spande festoso e riconoscente lo scampanio di ringraziamento per il pane quotidiano rivolto al Signore, i derelitti arrancano fin quass, dove vecchi e giovani, donne e bambini trovano una minestra calda, un pane e una parola fraterna. La carit fiorita, che non umilia e diviene un'opera di fraternit, perch fatta con fraterno cuore.
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Un tempo per raggiungere la cima del colle, dopo l'erta faticosa della Tagliata (ora con appropriato pensiero denominata Via Monte Grappa) si procedeva per strade incassate fra i muri di cinta dei giardini e degli orti. Oggi le case si sono arrampicate sino ai piedi della Croce, di dove comincia la breve salita alberata, che conduce al convento. Ancora qualche decennio, eppoi il convento si trover dentro una cerchia di costruzioni. L'eremo diverr prigioniero dell'abitato. L'assalto di Satana alla serafica vita contemplativa dei fratelli.
Il bel colle soffuso di poesia e misticismo verr sommerso, e il superbo panorama che vi si offre allo sguardo e che ha limiti soltanto nella potenza visiva, diverr ostacolato dai tetti e dai muri delle case. Salendo quass non avremo pi il conforto di poter evadere per qualche ora dalla schiavit dei muri che rendon l'uomo pi piccino e pi misero di quanto  nato. Non vi sar differenza che nell'altimetria, come in certe citt dell'Umbria e delle Marche fabbricate sui cocuzzoli delle colline.
E allora tutto qui intorno diverr piatto, grigio, convenzionale, artificioso.
Come ai piedi del colle, nella fabbricata distesa di cui siamo orgogliosi.
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SAVONA DAL COLLE DEL "CASONE" O DI LORETO.
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Un colle storico, che s'eleva a 140 metri sul livello del mare, dominando la strada di Genova, un tempo montana e lo sbocco della vallata del Letimbro. Posizione strategica avanzata di difesa, sulla cui sommit esisteva un castello, opera ben munita e salda, destinata a tener lontani gli eventuali aggressori dalle mura di Savona. Su questo colle ebbero luogo battaglie accanite e cruente, e si sono scritte pagine di storia; della nostra storia comunale.
Nel 1227 i savonesi, armati e uniti ai militi del conte Amedeo di Savoia, vi difesero strenuamente la propria indipendenza contro le truppe della Repubblica di Genova, le quali, espugnato il Castello d'Albisola, assediarono quello di Loreto e dopo pochi giorni se ne impadronirono. Caduto questo fortilizio, la lotta si concentr intorno alle mura della citt che, a sua volta, fin con l'arrendersi a discrezione.
Lotta epica, ma vana; e, stando all'autorit dei nostri storici, sia del Monti che del Torteroli, la caduta del castello avvenne in seguito all'abbandono della difesa da parte dei militi del conte Amedeo. Cosa che il Garassini, scrittore contemporaneo di cose nostre, afferma non vera, facendola derivare da "sensi di gretto municipalismo", cui ripugn al proprio orgoglio la confessione della sconfitta subta, e ne fece cadere la responsabilit sui militi del conte, mentr'egli invece si dimostr zelante propugnatore degli interessi savonesi. E a dar valore di prova al suo asserto, cita come il conte di Savoia, nel maggio dello stesso anno e dopo la disgraziata battaglia, coll'assenso del Consiglio civico, ebbe a chiamare gli abitanti di Altare, Carcare, Cosseria, Millesimo, ancora vassalli del marchese Del Carretto, a commerciare liberamente nel territorio di Savona.
Comunque sia, la caduta del castello di Loreto fu esiziale alla libert e indipendenza del nostro Comune, il quale vide i vincitori usare implacabilmente della vittoria, abbattere le mura, rovinare i moli del porto, e sovra il colle di Monticello, a fianco dell'antichissima via della Tagliata, tuttora esistente, che si partiva dal Fosso e passando per Negrotto e Valloria, scendeva ad Albisola, ergere un fortilizio, chiamato prima Briglia, eppoi Sperone, il quale doveva gravare sui vinti come monito ad inutili riscosse.
Baldanzoso e audace proposito, che undici anni dopo, nel 1238, Guglielmo Riario, chiamato il popolo in armi, mostr valorosamente quanto fosse temerario, piantando sulla Briglia l'aquila savonese e scacciando dalla citt i commissari della Superba Baldovino Mulfero e Pietro Gottardo, insieme al podest Ansaldo Mallone, accusato di patteggiare con i genovesi.
I secoli hanno ormai cancellato gli antichi dissidi e interrato i pochi ruderi rimasti a testimoni d'un passato a cui pi non s'interessan altro che gli storici, e nulla potr mai far rivivere.
Su questa vetta, dove avvennero tremende mischie d'odio e di sangue, coltivazioni rigogliose e boschetti folti, porgono frescura a quanti salgono per la bella strada carrozzabile, che costeggia e s'inoltra verso Ranco e il Bosco delle Ninfe; agreste e profumato convegno a ninfe non meno pagane, ossigenate e con la permanente, e a fauni glabri, impomatati che ad esse cantano la vecchia canzone dei lanuti e piecaprini fratelli d'un tempo.
Passeggiata amena sul cui percorso s'incontra l'ex Convento dei monaci di Loreto e la minuscola cappelletta consacrata alla Madonna omonima; mta di pie donne e di ragazze afflitte, desiderose di grazie che ad essa arrecan propiziatorie offerte d'elemosine, d'olio per la lampada e di fiori, sostando prone sullo scalino di marmo a biascicar preghiere. E ve ne son sempre, cotidianamente, mentre un poco pi in alto, vicino al cocuzzolo, il piccolo Sant'Antonino se ne sta solitario nella chiesina senza lampade e senza fiori, umile, dimenticata, fuorch dai ragni pazienti che ne adornano la volta bassa e screpolata di larghi festoni, e dal vento che vi spinge dentro attraverso le sbarre del cancelletto arrugginito, il proprio omaggio di foglie morte con cui si trastullan le sue pazze folate, insieme al pulviscolo di carbone strappato ai vagoncini delle funivie che transitan dappresso, silenziosi e neri come grandi insetti librati nell'aere.
Il panorama di cui si pu godere dalla cima del "Casone"  dei pi suggestivi e certo il pi vasto di quelli presentati dagli altri colli facenti corona alla citt. Una visione da aeroplano in volo, un diorama fantastico naturale degli scaglioni di colline scendenti dall'Appennino, dal mare aperto, luminosissimo, dell'abitato urbano con le ville dei dintorni, delle Albisole e della raccolta insenatura di Vado, con tutti i promontori avanzantisi a levante e a ponente nella azzurra distesa, simili a braccia protese, desiose di stringere l'orizzonte in un caldo amplesso.
Un punto eletto per sognare sconfinatamente di cose ideali, in mistica solitudine con s stessi. Quella solitudine in cui ci si sente men soli di quando si vive tra la folla, e si constata come tutto sia vano e fugga sull'ali del tempo, al pari delle foglie morte e della polvere di carbone offerte dal vento al piccolo Sant'Antonino, rassegnato e gelido sotto la volta della chiesina destinata a crollare come son crollate le mura merlate e munite del Castello di Loreto e gli odi che facevano armare liguri contro liguri, italiani contro italiani.
Anche l'eternit  una parola!
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Savona vista dalla Madonna degli Angeli (1866). Al centro i primi palazzi di Via Paleocapa. In primo piano la spianata della ferrovia che verr aperta nel 1868. La citt risponde al declassamento politico-amministrativo dell'epoca con un vigoroso apporto alla nascita dell'industria e delle comunicazioni ferroviarie.
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Il torrente Letimbro a Lavagnola (1880). Nel greto i panni stesi ad asciugare, "labari della miseria" come li ricorder nel "Vicolo di Pozzo Garitta" un poeta del ventesimo secolo.
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SAVONA DAL COLLE DELLA MADONNA DEGLI ANGELI.
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Nel mentre al colle dei Cappuccini si accede facilmente da pi parti, il venir fin quass richiede se non le doti d'arrampicatore alla Brtali, una buona disposizione alle salite, e quando ci si arriva se anche un pochino sudati, non si rimpiange la fatica. Il colle della "Madonna degli Angeli" s'erge quasi di fronte a quello dei Cappuccini sulla opposta sponda del Letimbro, e lo domina nettamente in altezza. La vista del panorama della citt  magnifica e pi ampia e lo abbraccia in tutta larghezza e lunghezza, dal mare a Lavagnola, da oltre il porto sino all'ampia rada di Vado. Dalla corona delle colline verdeggianti di pini e d'olivi, al mare sconfinato che ne bacia le rive.
Nessun ostacolo di costruzioni ne toglie un dettaglio. Ad oriente il porto con i moli protesi nel mare, come braccia accoglienti; i tetti e gli alti camini dell'Ilva dritti nel cielo azzurro come grossi ceri fumiganti; la massa imponente della Fortezza di Priamar, pesante e grigia simile ai tempi di servaggio in cui sorse; il Brandale, alto e bianco segnacolo del libero comune; la cupola verde e lo svelto campanile del Duomo, emergenti dal grande agglomerato di case del centro urbano, sezionato a scacchiere dalle vie parallele. A ponente, il quartiere della Foce, gi tutto orti, ed ora fabbricato sino a congiungersi con la borgata Fornaci, legata alla citt dalle recenti costruzioni che s'estendono sin quasi a Zinola lungo la spiaggia e si addentrano con propaggini di vie nascenti verso la piana di Folconi, di Monfalcone e di corso Ricci, cui l'ormai certo trasloco della stazione ferroviaria, dar rapido impulso di costruzioni edilizie e diverr una nuova ridente zona della citt, pi salutare e pi a ridosso dalla tramontana di Villa Piana che di quass si vede, meraviglioso tratto d'unione fra il quartiere del Borgo d'Alto con la grossa e laboriosa borgata di Lavagnola. Ricca di graziose villette sorte sulle collinette di San Lorenzo, dei Ciatti e della Ca' Rossa, sopra cui corrono librati nel cielo i vagoncini delle Funivie Savona - S. Giuseppe, nel loro uniforme andare e venire curioso e che dnno l'impressione, ogni qualvolta s'incrociano, d'arrestarsi un attimo per scambiare un saluto o una parola cordiale, quasi fossero dotati di consapevole coscienza del loro lavoro diuturno d'aeree formiche portanti s s, attraverso valloni e boscaglie, il nero combustibile al vasto deposito di Bragno.
La batteria di difesa costiera che  sulla cima, per comprensibili ragioni ha tenute lontane le costruzioni edili dal colle che  rimasto allo stato quasi selvatico e boscoso, fresco d'ombre e d'erbe su cui  delizioso imbandire una merenda in allegra compagnia, davanti all'incantevole panorama della citt, rallegrato dal canto frenetico delle cicale e dai fischi delle vaporine e dei loro motori, manovranti nella stazione in riva al Letimbro, del quale si abbraccia il corso leggermente curvo con i ponti dalla foce a S. Martino.
Da ragazzo vi son venuto spessissimo con le frotte dei compagni in scorribande spensierate a cercar pigne e a caccia delle lucertole che si scaldavano al sole sui ruderi della chiesetta antica, ora ricostruita e riconsacrata dallo zelo di monsignor Fonticelli (il popolare Prae Maxin) a S. Maria degli Angeli, ed ogni anno il due di agosto vi si celebra una piccola sagra con funzioni religiose e luminaria che attira numerose comitive che allegramente si spargono pel bosco circostante, animandolo di vivacit e di gaiezza. In tale occasione anche i venditori di dolciumi e di rinfreschi salgon quass, concorrendo con gli spacci improvvisati a dar colore e vita alla agreste festicciola che di anno in anno richiama maggior numero di persone a passarvi una giornata in piena letizia.
 la sola occasione in cui il bel colle non sia solitario e deserto e doni con larghezza da ospite dovizioso a un numero maggiore di evasi dai muri cittadini, la freschezza della sua vegetazione e la bellezza fatata dell'incanto da cui  circondato. Durante il resto dell'annata, ne salgon l'erta soltanto le coppie innamorate. Ma son coppie il cui orizzonte si confina negli occhi e nei volti amati. La bellezza circostante non ha fascini per esse.  troppo grandiosa per il loro desiderio d'intimit, e troppo statica per il fremito di vita che le inebria.
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L'ASCESA DI SAVONA.
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Da chi  venuto al mondo ieri, e non si  curato di sapere come prima che egli aprisse gli occhi alla luce esistesse un passato, dal quale  figliato il presente, ebbi spesso occasione di udire qualche critica acerba - gettata nella discussione al mondo istesso e con il cipiglio usato da Brenno nel gettare la sua spada nella bilancia - contro gli uomini che amministrarono, con sagacia e lungimirante senno, la nostra citt, in un tempo non poi troppo remoto da noi.
Invero, la verit, la ragione e l'esatta comprensione storica del passato non stanno nel tono di voce, ma nelle grandi conquiste realizzate dal genio umano - da quello italiano, in prima linea - e che si chiamano ferrovia, elettricit, telegrafo, telefono con e senza fili, motore a scoppio, grammofono, cinematografo ecc., e quindi si pu ascoltare una certa dose di indulgenza, giudizi riguardanti uomini semplici, fallibili e limitati - come semplice e limitata  la natura umana - ma che svolsero nell'ambito locale, coraggiosa ed efficace attivit in pro di Savona nostra, della quale eran stati designati a reggere le sorti.
E se vi  da fare rilievo  tutto a nostro danno, non avendone sempre saputo continuare l'opera con eguale acutezza di vedute e vigoria d'intenti, lasciandoci sopraffare dal ritmo febbrile con cui Savona, assurse, in pochi decenni, alla presente grandezza.
E i fatti lo documentano in modo preciso.
Basta riportarci al 1854, epoca non lontana, nella quale nemmeno la Sibilla Cumana, avrebbe divinato che Savona dovesse divenire un centro industriale di prim'ordine, quando nessun indizio, seppure lontano, se ne presentava alla mente, essendoch in quel tempo l'industria solamente nei grandi centri dell'estero incominciava a evadere dai muri dell'artigianato, dando vita a modesti stabilimenti. E neppure si scorgeva indizio dell'imponente sviluppo che il vapore avrebbe impresso al commercio marittimo, su cui appoggiare lo sviluppo delle nostre calate, quale naturale appoggio agli scambi del Piemonte e della parte lombarda con esso a confine, mentre le prime rotaie, lentamente si stendevano ad aprire la via a comunicazioni pi rapide fra i grandi centri e pi per il servizio passeggeri che per le merci.
Ebbene,  precisamente nel 1854 che l'amministrazione comunale di Savona, presieduta dal Sindaco marchese Paolo Assereto, formula un piano regolatore della citt, e lo fa approvare dal Governo Sardo, che pare una folle audacia, dove  previsto lo sviluppo urbano completamente avveratosi, e che guardato oggi con gli occhi nostri del 1938, pi che un progetto appare ed  la pianta topografica della citt presente, da via delle Lizzie (l'attuale corso P. Amedeo) al Letimbro e dal vecchio Borgo d'Alto (via dei Mille) al mare. Tutte le vie da levante a ponente e da nord a sud, taglianti l'ampio scacchiere delle nuove costruzioni a cui si diede inizio verso il 1870, vi sono tracciate. Ne manca soltanto i nomi come manca il tracciato delle linee ferroviarie, in allora nemmeno allo stato di miraggio.
Il piano regolatore del 1854 rappresenta la "divinazione" della futura citt, ed  mirabile come uomini assuefatti a vie che vanno dai 3 metri di larghezza come via dei Forni, ai metri 5,50 come via Pia, a vicoli da 2 a 3 metri e a piazze da metri 9 per 5 (piazza Rovere) a metri 55 per 14 (piazza del Duomo), vi abbiano tracciato vie della larghezza di 14 metri e piazze dai 226 per 111 (piazza Umberto I), agli 85 per 48 metri (piazza Giulio II), intuendo i problemi urbanistici di aria, di luce e di viabilit che dovevano sorgere e dibattersi a molti anni di distanza da quello in cui gi li avevano eliminati col loro progetto degno di figurare a loro titolo di onore nell'aula magna del nostro Municipio; cosa non difficile ad attuarsi, poich ne esistono ancora copie, fatte dagli stessi litografare in grande, tanto erano consci e sicuri del buon lavoro compiuto.
Se ci non  lungimirante saggezza amministrativa, io non saprei quale altra prova opporre, come nemmeno saprei quale altra civica benemerenza pi degna si potrebbe agognare, con orgoglio, da un amministratore della cosa pubblica. Pi che il nome di "Padri coscripti", essi meritano il nome di Padri della Citt Nuova, dalle cui menti  nata e della quale posero le basi con tre colossali costruzioni: il Civico Teatro Chiabrera, il Civico Ospedale San Paolo e l'Asilo Infantile.
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LA VECCHIA VIA PIA.
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Sebbene spodestata del suo primato secolare dal fastoso corso Principe Amedeo e dalla monumentale via Paleocapa, la vecchia via Pia continua a portare con regale fierezza l'ermellino e il diadema dei sovrani.  la regina-madre delle vie urbane che l'et ha posto alquanto in disparte senza per menomarla nella considerazione dei cittadini e delle genti del contado.
Grande vi  sempre il movimento e i suoi vecchi accreditati negozi rigurgitano di compratori, malgrado non sfoggino appariscenti e lussuose mostre e facciate in stile nuovo con serrande rumorosamente metalliche.
Il nome che essa porta a ricordo della prigionia fra le nostre mura di Papa Pio VII, sostitu l'antica denominazione di "Fossavaria"; e, in un primo tempo, solo il tratto dall'archivolto del Brandale a piazza Maddalena, si chiam via Pia. Poi sembrando ai signori del Comune che quel tratto fosse inadeguato allo storico avvenimento, s'estese il battesimo a tutta la strada, mettendo in pari la storia e la coscienza.
Ne scapit la storia intima nostra che leg il nome di via Fossavaria a molte vicende civiche, e che lo si trova frequentemente negli atti degli antichi tabelloni quale via ove risiedevano le maggiori famiglie patrizie. Infatti vi sono ancora i palazzi e le torri, simbolo di potenza e di nobilt, delle vecchie casate savonesi, quali i Sansoni, i Della Rovere, i Gavotti, i Boselli, i Multedo, i Cassinis, i Naselli, sebbene rabberciati ad abituri per la povera gente. Ultimo a subire l'oltraggio della speculazione fu il palazzo Sansoni, nel quale per l'appunto alloggi Pio VII, il cui portone ampio decorato di un portale imponente di lavagna nera, cerchereste invano nella bottega di stoffe a doppio sporto che ne ha preso il posto.
Ma queste sono quisquiglie buone per gli archeologi. A me interessa la via Pia attiva di commerci dove son nato e cresciuto, e della quale voglio darvi, attraverso le mie memorie, una immagine, tentando far rivivere i tipi che ho conosciuto e ho sempre impressi nella mente e dei quali quasi ancora sento il suono della voce nelle orecchie.
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Accenner di sfuggita ai grossi negozianti di stoffe e d'altri generi che in quel tempo avevano i magazzini e uffici in Via Pia, la maggioranza dei quali ora non esiste pi o hanno emigrato nella citt nuova, fra i quali citer il Negro detto "O Pipetta" a cui succedette il Bozzano anche lui deceduto in giovane et; il Romanengo che fu vittima di un ingente furto, per il quale vennero condannati parecchi individui a molti anni di carcere e che si vuole sia stato la causa dell'azzoppamento della famosa etera detta "A-Ballon-a", la cui lingua pare abbia messo l'autorit sulle tracce dei colpevoli; l'Anselmo Costantino, emigrato fra i primi in via Paleocapa; il Baffico, il principale negoziante di giocattoli che ci piluccava tutti i soldini con le mostre galeotte; lo Zerbino, uno dei maggiori grossisti di mercerie della Liguria di Ponente, piccolo e spassoso quanto mai, elegante nel vestire e ricercato nel parlare "in punta di forchetta" e che accumulava strafalcioni su strafalcioni, dei quali parecchi esilararono le conversazioni fino a pochi anni fa.
Di strafalcioni e di frasi comiche lo Zerbino ne disse, non v' dubbio -  tuttora nota la presentazione fatta della vedova di un colonnello dell'Esercito al colonnello del Presidio durante un ballo al Casino di lettura: "Le presento la signora Tale, vedova di un colonnello defunto come "vosci"; e la famosa descrizione del suo viaggio a Parigi in occasione dell'esposizione universale, dove era salito su di un pallone frenato: "Son salito sul pallone aristocratico e ho veduto tutti il panam di Parigi". Ne disse, ripeto, ma bisogna esser giusti e riconoscere che una gran parte gli vennero attribuiti bellamente, come generalmente succede in simili casi.
Interessante tipo di commerciante e di donna attiva e intelligente fu Teresa Salvo, detta "a Terexin", fondatrice dell'importante ditta di formaggi e salumi che ancor oggi assorbe il commercio del genere della citt e di gran parte della riviera sotto il nominativo dei Fratelli Salvo. La "Terexin" era d'origine lombarda e conosceva bene il suo commercio.
Ricordo le di lei colossali mostre di salumi e di formaggi di tutte le specie all'avvicinarsi delle feste natalizie. V'eran forme di Gruviera, grosse come ruote di carri, pile di Parmigiano, di Br, di Olandese, di Sardo che sembravano obelischi, e festoni di salami, di mortadelle, di zamponi, di cotechini, penduli e tentatori, intrecciati con foglie di lauro. Maiali squartati grassi e rosei, fegatelli a monti e cumoli sopra grandi piatti di salciccia arrotolata che sembrava corda da bastimenti. Barili di aringhe e di acciughe, mostarde in mastelli e una caterva di scatole, di vasetti tale da dare l'impressione di provviste per il pi pantagruelico dei banchetti.
Altra donna attiva l'Anna Saccarello, di Spotorno, detta "a Netta de l'uio", perch vendeva appunto olio di varie qualit. L'Anna Saccarello era vedova e aveva un figlio notaio di carattere alquanto eccentrico che raramente usciva di casa se non per ragioni di ufficio, carattere che doveva aver ereditato dalla madre perch anch'essa mostravasi poco socievole e non amava dilungarsi nelle contrattazioni con i clienti.
E giacch mi trovo nell'elemento femminile accenner alla Cina Aprile, proprietaria di un avviatissimo negozio di mercerie, simpatica e benevisa, che sapeva stare dietro al banco da vera padrona e fare i suoi affari meglio di un uomo. Era sposata e madre di molti figli, buoni e laboriosi come lei e come il marito, che faceva il fabbro sulla piazza del teatro Chiabrera.
Per ultima - non perch fosse da meno delle altre sue colleghe in commercio di via Pia, ma per il fatto che il suo negozio di stoffe trovavasi proprio sul termine della via stessa e precisamente vicino al portico del palazzo Cortese, nell'angoletto con la Chiesa della Scuola dei Poveri - mi sento in obbligo di citare Mariangela Becco, sposa dell'amico Collaretto, il ben noto e stimato maestro di musica: donna bellissima e di forme giunoniche che, pur badando ai suoi affari, allev numerosa figliolanza ed  deceduta soltanto da pochi anni fra il generale compianto.
Ed ora faccio punto, sebbene molto mi rimanga ancora da scrivere prima di aver passato in rivista tutti i commercianti grossi e piccini della strada, commercianti dai quali rampoll il grande commercio d'oggi che pone Savona al secondo posto della nostra bella Liguria.
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ADDIO, VECCHI CASSARI.
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Nessuna via di Savona ebbe mai s copiosa letteratura, come i Cassari. Nemmeno Via Pia, ove abitava la nobilt e i signori, e che ancor oggi primeggia, se non da sovrana, da regina-madre, si ebbe cos largo interessamento di scrittori e poeti. V'era maggior sussiego, pi lusso di abitazioni e di negozi, meno confidenza di qui, dove pulsava il cuore del popolo e vi si svolgeva la minuta attivit del commercio. S'era come in casa propria, tra famigliari, alla buona. Era l'emporio delle piccole compere quotidiane e il forestiero e la gente del contado vi trovavano di che rifocillarsi a buon mercato.
Dalle prime ore del mattino sino a sera inoltrata, c'era movimento, animazione, gaiezza e pi d'una delle vecchie famiglie savonesi ha, in questi stambugi decrepiti, cominciato la sua ascesa.
Quanta gente, ormai scomparsa, v'ho conosciuto nella mia giovinezza e che ancor rivedo attraverso i ricordi sugli sporti delle loro botteghe, sui fitti portoni di casa o affacciata alle finestre, tanto differenti l'una dall'altra, nella disordinata costruzione che ignorava l'estetica, la simmetria e quant'altro fa sudare gli architetti moderni. Un uomo d'arte potrebbe qui studiare tutti i ripieghi a cui ricorrevano i capomastri d'una volta per utilizzare uno spicchio di spazio e ricavarne un vano magari sghimbescio, utile per collocarvi un letto o una branda. E le cucine, poi! Piccole, strette, buie nel bel mezzo della casa, se non addirittura sul pianerottolo, nascoste da uno sportello da pozzo. Le nostre nonne non perdevano tempo a cuocere manicaretti. Minestra e pane con un po' di formaggio o di frutta quando c'erano. Per i pi il secondo piatto era la "scala": Minestra, pan e a sa. Gi, la scala buia, stretta, strozzata, piena di svolti, quando dalla via non saliva ripida sino al secondo o terzo piano, con l'ingresso alle abitazioni aprentesi ai lati, senza pianerottolo, con i gradini alti, disuguali, consunti da centinaia di generazioni, che hanno cominciato a salirli entro l'alveo materno e li hanno discesi per l'ultima volta inchiodate entro la bara.
Case che sembrano acciaccate una contro l'altra da una grande forza di compressione, storte quali scatole di cartone, trasudanti miseria e squallore, umidit e muffa, dai muri imbevuti come spugne da tutta la putredine succhiata dal suolo dei vicoli melmosi e nauseabondi che le isolano, puntellandole di archetti numerosi. Una desolazione rotta, qualche volta, dal canto d'una fresca voce femminile, che l'irrompente giovinezza fa vibrare in mezzo allo sfacelo delle cose, dando l'impressione d'una melodia d'usignolo nello squallore d'un cimitero.
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Piazza Principe Umberto (Terremoto del 1887). Nella vasta piazza, non ancora divenuta verde polmone d'ingresso ad una citt senza verde, si osservano gli attendamenti dei savonesi atterriti da " terremot dell'ottantasette" divenuto famoso e rimasto a lungo nella memoria dei nostri vecchi.
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Piazza Giulio II nel 1878 - che tutti chiamavano allora "ciassa du Cillo" - regno incontrastato di "tranvaietti" a cavalli, carrozze e "carruss".
Il "Cillo" era un personaggio di questo mondo che non conosceva cavalli-motore; ma veri quadrupedi.
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Il quartiere dei Cassari, ebbe il colpo di grazia dall'apertura di Via Pietro Giuria e di Via Caboto. Le botteghe si sono chiuse una dietro l'altra. Sparite le gaie canapine, che pettinavano cantando la canapa e il lino e ne formavan morbide trecce pronte per la canocchia. Scomparso il vecchio Davide, chitarrista emerito e trippaio rinomato, sempre in posa da giovinotto, col cappello sulle ventitr, i baffi tinti, impomatati e stirati sino a sembrar code di sorci, gli abiti costantemente impregnati dal grasso e nauseabondo odor di trippa e di brodo, esalato dai grandi calderoni sempre in ebollizione, che egli cercava neutralizzare aspergendosi di profumi da pochi soldi. Tipo attivo e faceto, del quale ancor oggi si ricorda la risposta data alle rimostranze di un avventore che in fondo alla scodella, in luogo della solita trippa, rinvenne un pezzo di strofinaccio: "Ma cao frae; per doe palanche no vorrei miga pretende de trovaghe un mandillo de saea!" Davide era il beniamino di tutte le comitive, amanti della musica, per la sua bravura, che lo faceva pur ricercare in tutte le festicciole famigliari per battesimi e nozze, e si pu dire che egli abbia trascorso tutto il tempo che il negozio gli lasciava libero, fra suoni, canti e balli, e sia giunto all'ora estrema senz'altra preoccupazione che quella di conservarsi nero al pari di un corvo, giustificando tal debolezza come una beffa alla morte: "Fintanto che Cicchetta a me vedde neigro a no me piggia. A me credde ancon troppo do pe  s roncoa e a l'ha poa de rompighe  f". Povero Davide! purtroppo Cicchetta non ha avuto tema di guastare l'arrotatura della sua falce inesorabile.
Chiuse da decenni la maggior parte delle tortere con le belle fragranti e appettitose mostre di farinate tonde, dorate e grosse come lune d'Agosto, le quali ben pi a proposito della famosa fetta del celeste melone, potevan dare al poeta seicentista adeguata immagine della sovrana della notte, chiamandola: "Degli spazi del ciel torta splendente!". La Mascetta, la Pastellica, la Pellegra, la Monica, la Pellegrina, la Manin a Dxe, non fan pi cantare sui fondi tegami di rame il ferro da taglio della farinata, martellando in fretta i pesci con le mani grassoccie e lucenti per l'untume.
Dormono ormai il sonno della pace, e con esse Camillin a Bassa, la verduriera pi famosa di tutta la citt, che sfoggiava banchi ricchi di verdure e di frutta, intorno a cui le donne s'affollavano, perch la sapevano onesta e coscienziosa.
Scomparse le Cadee, straccivendole sotto l'archivolto in cima alla via, - quattro generazioni di donne attive e longeve che insieme coabitavano: l'avola, la nonna, la madre e la nipote, la sola che mor molto giovane lasciando una nidiata di figlioli. - Ricordata sempre la Morinn-a che fabbricava "nge" amaretti, "canestrelli" e "reste", di nocciole, nella botteghina vicino al vico degli Abbati, e andava a venderli in tutte le sagre dei dintorni, trascinando il piccolo carrettino, allegro di bandierine e festoni.
Morto da tempo il Berruto Fortunato, il macellaio atleta, ginnasta, corridore ciclista, un campione polisportivo come pi non se ne vide, che riportava medaglie e coppe in tutti i concorsi. Morti i Tessitori, il Fazio, lo Scotto, piccolo, nerboruto e sanguigno, stondaio, al 100 per 100, pi conosciuto col nomignolo di Gnollo, bravissima gente, che con la parsimonia e il lavoro ha lasciato ai proprii discendenti una bella posizione ed un nome onorato. E altri moltissimi, che ebbero rinomanza, ma che impossibile sarebbe citarli tutti nello spazio consentito a un articolo, le cui botteghe sono divenute magazzini umidi e bui dove i sorci e gli scarafaggi, i ragni e gli scorpioni hanno trovato campo di indisturbata prolificazione, in attesa del piccone risanatore che non tarder.
Addio, dunque, vecchi Cassari,  una grande pagina di vita nostra che con voi scompare, di vita attiva, onesta e buona, sorrisa dalla cordialit che ci univa, come in una famiglia sola.
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PIAZZA DEL BRANDALE E DINTORNI.
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Una piazza storica, che ha nel nome stesso qualcosa di guerresco: Brandale.  la pi importante della vecchia Savona, anzi n' l'istesso cuore, sebbene oltrepassi di poco le dimensioni d'un lenzuolo (24 metri per 12), delimitata da insigni monumenti, quali la Torre del Brandale, vulgo "Campanassa", che le d il nome sonante, di cui i Savonesi vanno superbi e l'amano di affetto figliale e il palazzo degli Anziani, gi sede del Podest e del Comune. Costruzioni ben conservate, solide, in condizioni di sfidare altrettanti secoli quanti ne videro scorrere. La Torre risale al 1000-1100 e il palazzo al 1300, al lato opposto del quale eravi l'antichissima Chiesa parrocchiale di S. Pietro, detto il vecchio, ridotta, dopo il 1800, ad abitazioni civili. Aveva l'ingresso da Via Fossavaria (via Pia), i segni della cui facciata sono tutt'ora ben visibili da Via Sansoni, dalla quale si scorge la linea del tetto e il grande finestrone arcuato della navata, al di sopra del largo cornicione. Nell'angolo con Via Orefici il gotico Palazzo di Giustizia, sede dei governatori Genovesi a cui ho accennato, parlando di piazza delle Erbe, e a una quindicina di metri l'antichissima porta Balnei, della quale s' occupato con interesse e competenza, "Refrattario" rilevandone l'antico aspetto, deturpato da costruzioni uso abitazione e propugnandone l'integrale ripristino, che, purtroppo, rimarr un suo nobile conato e di quanti amano le storiche memorie del passato. Comunque l'opera che "Refrattario" va svolgendo, su queste colonne, merita d'essere encomiata, seguita ed incoraggiata. Io ho, ed ebbi sempre, per piazza Brandale una speciale venerazione, essendo nato a fianco della Campanassa, nella casa della quale si scorge il terrazzo su in alto, a lato della torre; v'ho fatto i primi passi malfermi con le dande e v'ho imparato i primi giochi fanciulleschi. Ogni pietra del selciato mi rammenta qualcosa dei miei anni giovanili e ad ogni sporto di bottega scorgo visi ben conosciuti. Vi ho visto sfilare cortei e processioni e ho preso parte alla gazzarra dei coscritti, allorch nel palazzo degli Anziani erano gli uffici di leva. Ma soprattutto ricordo i clamori con i quali, assieme ai compagni, salutavamo con gioia irrefrenabile la bronzea voce della possente campana, allorch suonava a distesa per qualche festa civile e religiosa. Era una frenesia, un delirio!
L'alta Torre si animava, assumeva l'aspetto di un gigante, che dall'alto della distesa dei tetti delle case sopra cui s'ergeva, gridasse coi rombanti rintocchi che andavano a repercuotersi lontano, oltre le borgate, nelle verdi valli dei dintorni, il tripudio festoso della esultanza per la ricorrenza o il lieto avvenimento che annunciava.
Era la voce della citt intera, che vibrava nei torrenti di suono, lanciati all'alba o sull'imbrunire nel cielo d'azzurro purissimo.
Fuggivano i dardi sfrecciando dai nidi intessuti nei buchi dei suoi muri e le mettevano intorno l'aureola d'un gran volo di ali palpitanti, e noi, dal basso della piazza, coi visi levati in alto, come a guardare quel prodigio meraviglioso di suoni, aggiungevamo gli stridi acuti del nostro contento, a gola spiegata, in gara canora, mentre i grandi, gli uomini, le donne, i giovani sostavano, toccati dalla nostra letizia clamorosa e dalla tripudiante voce del bronzo sacro, sorridendo.
Il suono della grande campana costituiva sempre per tutti un avvenimento ed allorquando si taceva lasciava, dietro di s, un'onda di serenit vibrante, una diffusa chiarit di sole, che permeava gli animi e tratteneva sulle labbra il sorriso. Un giorno la grossa campana, nell'ampio squillare a festa, ebbe come un grido lacerante. S'era spaccata, al pari d'un cuore fulminato dalla gioia. Fu una grande costernazione.
L'alta Torre, araldo ed insegna del libero Comune, dominava, ancora dall'alto il grigiore dei tetti, ma era divenuta muta, sopraelevata costruzione di pietra, simile ai residui di Torri del passato che le stanno attorno. E si attese ansiosi di sentirla rivivere.
Riebbe l'altezza d'un tempo ed un bronzo nuovo dal fervore dei concittadini e del Comune. Chiam, gio, tripudi ancora nella limpidezza serena del cielo; sforzandosi di ritrovare la grande nota possente della spenta campana di cui rimaneva sempre l'eco viva nel ricordo. Invano! Era una voce diversa, dal tono sconosciuto d'estranea, di matrigna, che non giunge al cuore.
I dardi cacciati dall'intonaco dai nidi, pi non le cingevano la fronte del gran serto d'ali palpitanti, n dalla piazza i bimbi fugati dalle guardie urbane levavano in alto i visetti e le vocine acute e frenetiche, acclamando.
E nemmeno la Torre, sebbene pi alta e dominatrice, era pi quella. La portina vetusta della consacrazione del tempo era scomparsa, sotto l'intonaco recente, uniforme. La Madre di Misericordia, egregiamente e con felice ispirazione artistica, dipinta da Eso Peluzzi, aveva lasciato lo scoglio classico lambito dal chiaro rivo, per spaziare nel cielo come una visione davanti agli occhi attoniti del Beato Botta e sopra gli archi della base di pietra dura, stavano gli stemmi gentilizi di quanti fecero sentire sulla citt il guanto ferrato. In nessun luogo spaziava l'insegna del libero glorioso Comune medioevale, che ben sarebbe stata gradita al posto di quella della Dominante, che i conquistatori vi avevano impresso e che ancor se ne scorgeva la traccia sbiadita compeggiare sotto l'orologio, il quale, reso luminoso e riportato sulle quattro facciate, sembra ammonire, col moto continuo delle lancette, che il passato maggiormente si allontana ad ogni giro del quadrante e che la Torre del Brandale non  pi l'araldo del Comune repubblicano, ma un restauro, cui danno prestigio trapassate memorie.
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I ragazzi di piazza del Brandale non erano numerosi. Ne venivano per ad ingrossare il numero da via Riario, da via Orefici, da via Sansoni, da via dei Forni, da vico Malcantone e dall'archivolto della Torre che mette in via Cassari. A sera si giocava al Diavolo, a Toccaferro, al Primo Salto, a Racchilen e a tanti altri, fra dispute, e vociari che salivano alle stelle. Anche le bambine solitavano giocare sulla piazza alla Rionda dei Coculli, specie di girotondo, all'Ambasciatore, a Maria Giulia e spesso, ci prendevamo il gusto di metterle in fuga. Piacere maligno inquantoch le bambine se ne stavano per conto loro e non disturbavan mai i giochi nostri. Una cosa istintiva che constato ripetersi ancora oggi dove si trovan gruppi di ragazzi e di bambine che giocano da vicino. Sintomo della lotta dei sessi in cui il maschio pi audace e pi forte cerca di sopraffare la femmina fino a che questa sviluppando tutta la forza di seduzione e la grazia di cui l'ha dotata madre natura, lo mette al guinzaglio.
Di giorno, dopo scuola o nelle vacanze, si facevan scorribande nei vicoli vicini, sugli spalti della fortezza, ora spariti, in Piazza d'Armi che si trovava nello spazio occupato dall'Ilva di fronte al Terrazzo di Corso Mazzini, in piazza Castello sulla quale sorge il mercato coperto, o sulle calate; scorribande in forza atteso lo stato di ostilit esistente tra i ragazzi delle diverse strade, i quali trovandoci isolati o in pochi nei loro paraggi ce le suonavano senza misura. I nostri pi temibili avversari erano quei dei Roscibecchi (piazza Caricamento) alleati con quelli della Calata e del Molo, tipi maneschi e prepotenti, e quelli di via Untoria che raggruppando i ragazzi di vico Trinit, via Pietro Giuria che allora giungeva all'altezza di piazza Cavallotti, vico Gallic e della Cera formavano una schiera numerosa e battagliera.
Di teste rotte da ambo le parti ce ne furono parecchie, compresa la mia, in zuffe epiche che lasciavano strascichi d'isolate rappresaglie sino al prossimo scontro vendicatore, vera battaglia in massa con seguito di busse da parte dei parenti accorsi a dividerci; sicch, vittoriosi o vinti sempre se ne buscava.
Altro divertimento, assistere alla macellazione delle bestie bovine e ovine nel pubblico mattatoio esistente nello scomparso vico dei Chiappuzzi situato sulla destra dell'attuale via Pietro Giuria da via Caboto e via Lavagna che sarebbe la continuazione della vecchia via dei Forni di cui esiste ancora un pezzetto. I buoi venivano legati ad una gamba di dietro con una corda passante in una carrucola posta vicino al soffitto. Tirando, la bestia rimaneva immobilizzata sorreggendosi sulle gambe davanti e allora le venivano vibrati duri colpi di mazza in fronte sino a che non stramazzava stordita a terra per poterla sgozzare. Operazione brutale e feroce, perch non sempre la vittima cadeva ai primi colpi, e vidi lo stesso Berruto Fortunato, che era un atleta, colpire reiterate volte come se picchiasse di tutta forza sopra un'incudine prima di riuscire a farla cadere.
Quei colpi sordi sulle dure fronti dei miti bovi muggenti e tremanti sotto le volte basse sature dell'odor di strage, quel sangue che a flotti gorgoglianti e caldi riempiva le mastelle, quegli uomini che si affrettavano a decapitarli, a separarli con un lungo rapido taglio, a scuoiarli prima che avessero esalato l'ultimo fiato, non li dimenticher mai. In una mezz'ora della bestia recalcitrante che a forza si era dovuta trascinar dentro quelle mura tinte di rosso sin quasi alla volta, non rimaneva che il corpo appeso per i moncherini di dietro, spellato e pulito delle interiora, pronto per essere diviso in due, spaccandogli l'osso dorsale a colpi di marasso. Fu in una di tali operazioni che il figlio della vedova Strassera detta a Zeneize, esercente Osteria sotto l'Archivolto del Brandale, si colp con un fendente all'inguine e mor poco dopo lasciando largo rimpianto per la giovane et e per la sua prestanza fisica di bel moro robusto e intrepido. I due pezzi della sacrificata vittima della umana voracit, venivano poscia portati a spalla avvolti in una tela alla macelleria del proprietario, cosa che cost la vita ad un inserviente del mattatoio, certo Panigo, detto Moschino, infettatosi di scorbuto trasportando un mezzo bove alla bottega d'Angelo Vallega, uno dei pi ricchi macellai di quel tempo. Le bestie minute, agnelli e suini, venivano macellate nel cortile attiguo, sotto una breve tettoia e costituivano uno spettacolo ancor pi raccapricciante. Specialmente in occasione della Pasqua si facevano ecatombi di agnelli. Le dolci bestiole colle quattro esili zampe legate assieme venivano scannate tenendole in grembo tra un lamentoso belare che toccava il cuore, e il loro sangue raccolto da un mastello che il sacrificatore teneva fra le gambe. Nulla del veemente assalto brutale con mazza e coltelli impugnati contro il bove forte dalle temibili corna; mi pareva venissero uccisi dei bambini incapaci a difendersi, con fredda deliberata ferocia. Una strage degli innocenti con tutto l'orrore di quella ordinata dal geloso Erode, nomignolo che avevo affibbiato io stesso a uno degli uomini del macello chiamato il Rosso, dal colore dei radi capelli e dallo sguardo losco che seduto sopra una sedia vicino a un mucchio d'agnelli legati, li sgozzava uno dopo l'altro senza nemmeno togliersi la pipa di bocca. Pi d'una volta con i compagni gli tirammo attraverso le sbarre del cancello manate della nera fanghiglia che copriva il vicolo in permanenza, per l'indignazione suscitata dal suo fare tranquillamente crudele e cinico, nel nostro animo di fanciulli che pur non eravamo nemmeno, stinchi di santi. I minuscoli cadaverini guernivano l'indomani la macelleria Narice soprannominato o Famiggio, e o Frigna, un banditore cieco, e o Galletto, lo rendevano noto a tutta la citt: Da-o Famiggio, sotta  Campanassa, o gh' l'agneletto tenio da laete a sescianta citti a-o chillo! Donne approfittaene fin che ghe n'.
La macelleria del Famiggio esiste ancora oggi sotto l'Archivolto del Brandale, e continua a vendere agnello, solo il proprietario non  pi lo stesso e nemmeno i prezzi son quelli d'una volta.
Poco lungi dall'ammazzatoio eravi una casa, le cui finestre e la cui porta sempre chiuse a catenaccio eccitavano la nostra curiosit. Una casa misteriosa dove non s'entrava se non dopo di essere stati squadrati da uno sportello a grata che s'apriva nel mezzo della porta d'ingresso al cui fianco pendeva la corda d'un campanello, come nei conventi. Senza le voci di donna e i canti che venivano dall'interno sarebbe sembrata vuota e morta. Ci scambiavamo l'un l'altro le nostre congetture che sapevano di sospetto e di peccato. Entro quei muri dovevano accadere cose vergognose, se vi s'entrava guardinghi dopo aver subto l'esame dello sportello. Le passavamo il pi discosto possibile, dall'altro lato del vicolo quasi con sgomento. Ma la mariuoleria che era in noi, spesso vinceva la tema. La penzolante corda del campanello ci tentava a darle uno strattone, ci che avveniva vigorosamente, seguito da un fuggi fuggi generale fra le imprecazioni di voci rauche e le frasi turpi, di bocche sguaiate. E noi si correva a gambe levate quasi le imprecazioni e le turpi frasi lanciateci dietro fossero cosa materiale, capaci di farci del male. Fuori della fanghiglia del vicolo, toccando il lastricato di via dei Forni, riprendevamo tutta la nostra beffarda baldanza, e alle grida udite fuggendo, rispondevamo con altre grida che forse laggi non giungevano nemmeno.
Vico dei Chiappuzzi era un tristo vicolo, stretto e sporco, con qualche rara bottega da calderaio, una lurida trincea in cui mai giungeva il sole, dove, ai miasmi che venivano dalle case e dal suolo, s'univa il sentore di sangue, di brutalit e di vizio. La strage, la prostituzione, la miseria nera e il sudiciume vi si davan la mano, e quello era il loro ben degno reame.
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Cima dei Cassari, era il nostro quartier generale. L dei ragazzi ce n'erano. Da ogni scala ne scendevano a dozzine, maschi e femmine, senza quelli che venivano dalle vicinanze. Vecchie torri adibite ad abitazione ne vomitavano frotte pi numerose delle guarnigioni di arcieri che un tempo le presidiavano. Nessuno dei nostri avversari ha mai osato venirci ad attaccare col, malgrado il dedalo di strade e vicoli propiz a simultanee sorprese. Mancavano di strategia e noi s'era come in una rocca forte, padroni in casa nostra, perch la strada era il nostro dominio e un poco lo sfogatoio di tutti gli oscuri alveari, in cui si restava soltanto per mangiare e dormire. Anche gli adulti vi scendevano a sera e le soglie degli anditi e delle botteghe accoglievano le donne e le giovani in piccoli conclavi, dove si spettegolava e si tagliavano cappotti su misura per tutti.
I formicai si vuotavano, e il lastrico brulicava. Era l'istinto che spinge l'insetto fuori della buca a cercar spazio e aria che trascinava grandi e piccoli sulla strada. Il bisogno d'un diversivo dalle quattro pareti anguste e buie che intristiscono come celle di prigione, d'un contatto con i propri simili, d'uno sfogo al ruminar solitario della giornata.
Nei vecchi quartieri dalle strette viuzze, popolati come alveari, ancora oggi avviene la stessa cosa. Provatevi a passarvi nelle prime ore della sera. E non solo a Savona. Ovunque la casa non offre n spazio n luce, il lastrico diventa un refrigerio, uno spasso, dove si respira un senso di sollievo e di riposo, dopo la lunga giornata trascorsa fra le anguste pareti domestiche. Fintanto che prevarr il concetto che la casa del popolo debba servire soltanto per cucinare e dormire, la strada sar sempre il complemento dell'alloggio, insufficiente alla vita famigliare. Non serve l'esempio delle grandi citt moderne dove la casa  appunto ridotto al minimo: cucina, e letto. La casa  il baluardo della famiglia e deve offrire quel minimo di "confort" perch possa prospettarvi e non decadere e corrompersi in promiscuit deleterie.
A una certa ora ogni chioccia adunava i suoi pulcini e lieta o imbronciata, a seconda degli umori, s'avviava per le scale di casa. Ma a radunarli ce ne voleva. Venti voci strillavano appelli su tutti i toni e si sgolavano minacciando castighi. Abbench stanchi e trafelati dal lungo correre, noi si sarebbe continuato a giocare sino all'alba. I padri a letto esausti dalla fatica, le madri intente a chiacchierare, le botteghe degli esercenti chiuse, ch di pi favorevole? Eppure bisognava arrendersi e obbedire, sebbene con la massima ritrosia, dopo aver fatto orecchie da mercante per un certo tempo.
La strada rimaneva vuota, il silenzio incombeva rotto appena dai passanti rari come le fiammelle a gas lottanti contro le tenebre che le stringevano dappresso. Ognuno aveva avuto il proprio sfogo e il sonno giungeva grave e parentesi riparatrice, tra i fastidi del giorno decorso e quelli dell'indomani che si trovavano l pronti e pressanti sull'origliere aprendo gli occhi.
Accennando alle condizioni favorevoli ai nostri giochi, vi ho incluso la chiusura dei negozi, per il fatto che gli esercenti si mostravano apertamente ostili alle nostre chiassate, inondando il lastrico e gli scalini dove ci sedevamo a giocare, scacciandoci a colpi di scopa, sgridandoci con quanto fiato avevano in corpo. E veramente non avevano torto. Me ne son convinto molto tempo dopo quand'ebbi anch'io bottega. Credo che il fastidio loro arrecato dalle nostre grida, dal ricorrerci continuo e da tutto il resto fosse addirittura intollerabile e quando qualche bottegaia si lagnava di averle procurato il mal di testa, ho coscienza che non mentiva.
Del resto erano della gran brava gente, confinata 14 e 15 ore dietro al banco entro botteghe oscure, umide e basse, intenta ai loro affari con scrupoli d'onest, abbandonati dai successori bramosi di correr lesti verso la ricchezza, come ingombrante bagaglio.
In Cima dei Cassari e via dei Forni, non ve n'eran molti. Due fornai bene avviati, il Tessitore - bonario, tranquillo, con la moglie altrettanto buona e i diversi figlioli che non oltrepassavano il limitare dell'uscio di bottega, fra i quali l'ora canonico e dotto teologo monsignor Tessitore, vivo specchio della squisitezza d'anima dei genitori - e il Carlevarini, alto attivo cordiale anch'egli avente in moglie una gran brava donna di cuore e di sentimenti e nella grave crisi che colp la nostra citt dopo i fallimenti bancari del 1892, fu per molti una provvidenza. Pi numerosi i macellai, ai quali se vogliamo aggiungere il Famiggio, sommavano a quattro. Quello di Angelo Vallega, uno dei pi importanti, situato nell'angolo con via Vaccioli, dove oggi  il trippaio, che venne poi esercito dal Paita, un suo garzone che ne spos la figlia Maria, diventandone il proprietario. Il Paita era d'origine genovese, e conosceva bene il proprio mestiere e seppe mantenere il suo macello all'altezza dei primari. Come uomo era di carattere alla mano e non rozzo come altri macellai. Vestiva bene e aveva una grande passione per il gioco delle bocce e quasi ogni pomeriggio prendeva parte a gare con altri suoi colleghi in piazza d'Armi vecchia. Partite formidabili nelle quali aveva a competitori fissi il famoso Salucci detto il toscano, di lui cognato, il Beardo, aitante e preciso bocciatore e altri. Giocavansi centinaia di lire, e noi che correvamo a prendere le bocce che uscivan dal gioco avevamo alla fine qualche liretta di mancia. Immaginate, una liretta era a quei tempi mezza giornata di paga di un operaio. Una ricchezza per la quale si sarebbe fatto cento volte il giro di corsa dell'ampia piazza.
Le partite pi interessanti e pi accanite eran quelle in cui giocavano testa a testa il Paita e il Salucci. La gente vi assisteva silenziosa e ne seguiva l'andamento con emozione ( la parola esatta), entusiasmandosi ad ogni bel colpo, o deprimendosi quando un improvviso ostacolo deviava il corso d'una boccia ben diretta. Chi non ha mai assistito a gare di bocce in terreno aperto e accidentato, dove un impreveduto sassetto pu decidere la sorte d'una partita, non conoscer mai l'emozione che se pu provare. Non c' confronto con il gioco su terreno spianato e liscio, limitato. Ho visto partite che dal punto iniziato finivano per concludersi a trenta metri di distanza. Che salti quel pallino! Mi sembra ancora di vederlo correre. La pi grande partita a cui assistetti fu una che fin a notte inoltrata. Nel pomeriggio s'era giocato con vicenda alterna. I competitori erano giunti al massimo dell'accanimento. Si trattava di fare la bella, ma stavano cadendo l'ombre della sera e non si voleva rimandarla all'indomani. Il ferro bisogna batterlo fin ch' caldo! E allora si mandarono a comprare venti candele che vennero disposte alcune sul terreno altre da noi ragazzi tenute in mano, lampioni improvvisati.
La partita fin alle otto ed ebbi due lire di mancia. Ma quando tornai a casa trovai i miei genitori con la faccia oscura. Niente cena e scapaccioni a volont. Da allora ho imparato che a tener la candela ci si rimette sempre, anche se vi dan la mancia.
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Un antico "primo maggio": quello del 1890. Sullo sfondo il teatro "Chiabrera": a destra ed a sinistra le magnifiche piante di quello che fu lo splendido giardino De Mari al centro della citt.

La piazza delle Erbe, oggi scomparsa, era uno dei pi pittoreschi "luoghi d'incontro" della vecchia Savona e dominio dei "ciass" che oggi sono trasmigrati al di l dal fiume.
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IN GIRO PER LA CITT: I CARUGGI.
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C' chi li disprezza e vorrebbe vederli scomparire - per dar luogo a nuove vie ampie e spaziose - definendoli colture di bacilli del tifo e della tubercolosi, sentine putrescenti di miasmi pestiferi. Altri, pi miti, li chiamano anacronismi edilizi indegni di sussistere.
Tra i due, a imitazione del celebre marchese Colombi d'arcaica memoria, io mi sento di parere contrario. Che essi abbiano bisogno di risanamento, non lo pongo in dubbio e il piccone adoperato con criterio farebbe opera buona, aprendo il varco al sole e a una maggiore circolazione d'aria. Ma risanare non vuol dire distruggere. Vi sono in essi alloggi che se avessero maggior spazio davanti, sarebbero preferibili a molti di costruzione recente in vie larghe e con cortili ampi come piazze. Chi li conosce per avervi abitato lo sa.
Basterebbe demolirne una parte salvando quanto vi  di pi caratteristico dal punto di vista storico e archeologico. Certi tagli opportuni opererebbero come il bisturi in presenza di un arto ammalato. Taglierebbero via la parte infetta e darebbero lunga e sana vita al restante. Altrimenti verr un giorno in cui bisogner abbatterli inesorabilmente perch divenuti inabitabili. Nulla resiste all'opera del tempo; ce lo attestano i ruderi delle solide e robuste costruzioni del passato.
I "caruggi" oltre le storiche et che testimoniano con la loro architettura disuguale, stramba, posseggono una bellezza intima e un fascino particolare. Coreograficamente sono pi belli e pi attraenti delle larghe e parallele vie moderne. Mancano di spazio, ma sono maggiormente variati. Impossibile trovare nel loro sinuoso percorso la stucchevole nota dell'uniformit che opprime come una cappa di piombo.
Io li percorro sempre con un artistico godimento che si rinnova ogni volta, e v'ho incontrato spesso dei turisti con l'obbiettivo puntato.
In certe ore del giorno sono assonnati e deserti come le viuzze di una citt orientale. Non vi si incontrano che gatti che vi fissano e s'allontanano prudentemente, voltandosi per accertarsi se li seguite. Raramente qualche ragazza o qualche donna appoggiata agli stipiti delle strette porte - le cui scale comincian dal marciapiedi - cos numerose e vicine da non esservi spesso da l'una all'altra che lo spazio del muro divisorio.
Di bambini, sol qualche strillo di lattante che viene dall'interno delle case; i grandicelli, maschietti e bimbe, sono tutti sulle vicine calate. Ruzzano al sole e all'aria impregnata della salsedine di quel fascinante seduttore che  il mare, e qualche volta vi cascan dentro. V' sempre qualche marinaio che si getta a ripescarli.
Se fossi pittore, vorrei farne soggetto dei miei quadri e per animarli sceglierei le ore del vespero, quando le donne scendono a basso e si riuniscono in crocchi e si fan confidenze sui mariti e sui figli, o sospirano per il bilancio domestico sempre in dissesto.
I "caruggi", visti in quell'ora, fra due luci, sono di un effetto toccante. In alto il cielo arrossato dal tramonto che si riflette sui muri degli ultimi piani, sezionato dagli archetti in ombra gettati da una casa all'altra, mediante i quali s'appuntellano in un solido e stretto abbraccio solidale; in basso i toni violacei della sera incipiente, incupiti negli angoli.
E fra le chiazze d'ocra pennellata sui muri dei piani superiori e l'ombra che sale dal lastricato, le cordate di cenci multicolori, penduli, immoti e stillanti, simili allo sbandieramento di una sagra interrotta da un acquazzone, che non ha pi gaiezza di colori n garriti festosi. Per, sarebbero quadri melanconici.
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MUTI SFOGHI D'ODIO E DI LIVORE DELLE NOSTRE NONNE.
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Dove vi sono donne i litigi non mancano, tanto pi se appartengono al popolino. Allora le contese diventano clamorose, adunano i passanti e il vicinato a godere lo spettacolo di due furie inviperite che s'accapigliano e s'ingiuriano a sangue con i termini e gli aggettivi pi coloriti e veementi, per esser poi, a lite finita, messe "ai loi" dalla ragazzaglia fra le omeriche risate dei grandi.
Per fortuna, di simili scenatacce pi non ne avvengono, tolto in qualche vicolo, ma anche l di rado.
In passato erano spettacoli molto frequenti e non passava settimana senza che qualche strada della vecchia citt non beneficiasse dell'allegra cagnara. Per farsene una idea bisogna aver assistito a qualcuna di esse. Le vie calme, senza movimento le favorivano e gli intrighi, le chiacchiere delle comari adunate nel pomeriggio sui portoni in conclavi di pettegolezzi davan loro esca.
A un certo momento intervenivano i mariti e ciascuno si portava a casa la propria met, spettinata e sgraffiata, con le vesti in disordine, urlante come una ossessa, e la comica e gratuita rappresentazione era finita. Ma l'odio e il livore rimanevano nei cuori esacerbati delle furie, tanto pi che, non di rado, il marito fra le domestiche pareti aggiungeva alle lividure riportate nella lite, i segni del suo sdegno.
E allora incominciava lo sfogo muto col mezzo di tutti gli oggetti che hanno un nome o una funzione piuttosto riservata. L'ingiuria, la denigrazione per comparazione. Un bel mattino una delle litiganti scorgeva alla finestra della rivale penzolare un guanto ripieno di stracci con l'indice e il mignolo tesi.
Essa capiva che l'altra voleva significare di farle le ficche, e rispondeva esponendo al proprio balcone la scopa: "T, falle alla mia "spassoia"". L'indomani al balcone dove pendeva il guanto con l'indice e il mignolo tesi, comparivano le molle e la paletta: "Sei una sudiciona da prendersi con le molle e la paletta".
- Ah, s! pensava l'altra; aspetta che t'aggiusto io - e appendeva alla finestra uno di quegli strumenti d'igiene che in allora erano molto in uso e che ora sono sostituiti da una cascatella con un bel nome scientifico.
- Ecco cosa sei tu, schifosa!
La gara proseguiva e s'accentuava. Comparivan strofinacci, scarpe scalcagnate, vasi in cui nessuno s' mai sognato di coltivare delle gardenie e via via tutto ci che poteva servire ad offendere, sempre in silenzio, mentre l'odio cresceva e il livore bolliva sordamente. E intanto le vicine se la godevano e le aizzavano:
- "Ei visto cse a l'ha misso da-a fenstra?"
- "Veddiei cse ghe metti mi doman. Non son donna da lasciame mette i p in sce o muro"!
- "Fae ben, faeghela vedde! Che roba, eh!"
Arrivava per il momento in cui non c'era pi nulla d'appropriato da mettere al balcone. E allora?... E allora incominciavano i discorsi "allusivi" con le vicine; parlo a suocera per far intendere a nuora; le cantatine di strofette satiriche, spesso da esse stesse inventate o adattate per proprio uso e consumo, e una ne ricordo ancora che ho sentita pi volte e ve la trascrivo:
"Se ti gh'ae a raggia in corpo
creppa pre, o muro brtto,
se ti moui no porto ltto,
ma te vegno a sotterr.
Te sotterri ben fondo
perch ti no vegni a-o mondo
e se ti ritorniae
casci e pgni ti piggiae!".
Naturalmente dopo tanti sfoghi muti, allusioni a voce e cantatine, si ritornava alle ingiurie dirette e al primo incontro nella via era una nuova scenataccia, con strappi di capelli, di vesti e sgraffi di cui restavano i segni per settimane. E fosse stato solo questo. A volte c'entravano di mezzo anche i mariti e diventava una tragedia con busse sode e rancori che non s'estinguevano facilmente.
Per l'avvenuto sviluppo della nostra citt e per la maggiore educazione anche delle classi infime, come ho detto pi sopra, di tali scenataccie indecenti non ne avvengono quasi pi, e nemmeno esposizioni d'oggetti atti a offendere.
Ma i mulinelli delle comari macinano sempre per le strade, per le botteghe, per le scale o sui portoni. Macinano, macinano ma non fan farina.
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IL PONTE DI S. MARTINO E LA BORGATA DI LAVAGNOLA.
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Il Ponte di S. Martino che con pieno arco allaccia le due sponde del Letimbro, risale al 1264, come attesta la targa in marmo murata sulla spalletta e riportata dal Torteroli - uno dei nostri maggiori storici del passato - nel suo "Monumenti Savonesi": "MCCLXIIII - Octobris VI - hoc opus fuit tempore Simoni Auriae". Circa settecento anni or sono.
Malgrado l'et vetusta  ben conservato e solido e si pu quasi assicurare che ancora per un bel numero di secoli stender la sua ombra falcata sul greto del torrente nei tempi di secca, e ne vedr passare le onde tumultuose e irrompenti, color di fango nei momenti di piena, saldo come nelle memorabili piene del passato che travolsero il vecchio ponte della Consolazione e inondarono la borgata e la citt.
Nel bel mezzo del ponte, custodita in una nicchia, v'era un tempo una statua della Vergine, dallo storico suddetto ritenuta di buona fattura. Ma si dice che essa venne tolta per darle migliore e pi acconcio asilo nella chiesa vicina, ma i miei mezzi di locomozione non mi hanno consigliato di farne l'ascesa per constatarlo. Ad ogni modo purch la statua sia conservata, non  il caso di avanzare lagnanza.
Prima della costruzione dell'attuale strada provinciale verso Cadibona, il ponte di S. Martino serviva di congiunzione fra la vecchia strada che scende da Ciantagaletto e quella ai piedi della opposta collina, un poco al di sopra di dove il Lavanestro affluisce nel Letimbro nostro. Cos battezzato dagli rcadi del passato in luogo di Acquabuona quale era il suo nome d'origine. Perch poi l'hanno voluto chiamare in tal modo, non so. Forse in ricordanza del mitologico Lete le cui acque davan l'oblio. Ma il Letimbro col suo corso brullo e accidentato non mi sembra niente affatto adatto a suggerire pensieri obliosi. Felice arcadia!
Oggi ben raramente qualcuno sfida l'erta e i ciottoli del vecchio ponte per passare aldil o aldiqua, come ugualmente rimane deserta maggior parte dell'anno la chiesetta che in epoca recente venne costruita ai suoi piedi; semplice di architettura e se si vuole anche bella, dedicata a N. S.
Esso non  ormai altro che una nota di antichit nell'assieme del paesaggio che, con l'ampiezza dell'arco, chiude in artistica cornice le case della borgata costruite sulla riva del torrente. Una bella veduta originale meritevole di essere riprodotta sulla tela dai pittori paesani.
E speriamo se ne invogli qualcuno.
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IL POZZO DEL DUOMO.
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Esisteva di fronte al campanile, nel piccolo spiazzo davanti la casa di Leon Pancaldo. Le recenti demolizioni ne han cancellate le ultime vestigie, tutto livellando.
Consisteva in un chiosco esagonale a cupola, d'un certo buon gusto architettonico, ed era il maggior monumento idrico del tempo, con un grosso rubinetto d'ottone a ciascun lato, meno quello retro in cui trovavasi la pompa a mano. Oltre il chiostro eravi pure il pozzo aperto per attingervi direttamente, quando la pompa si guastava.
Mancando l'acqua potabile, tutti i casigliani dei dintorni vi attingevano. Un continuo va e vieni di donne e di ragazze si svolgeva intorno al pozzo, munite di tutti i generi di recipienti dalla damigiana, al secchio di ferro e dal bariletto alla classica "brocchetta" di terra cotta. L'acqua era buona e fresca, ma il pozzo aperto non impediva che, di quando in quando, vi si trovasse una carogna di gatto in putrefazione. Accadde pure una volta che vi si estraesse un cadavere di donna in camicia: una vecchia, la quale non fece certo la fine di Narciso innamoratosi della propria immagine riflessa dallo specchio d'acqua.
Naturalmente l'affluenza di ragazze intorno al pozzo, favoriva gli incontri amorosi e dava agio a brevi chiacchierate, che a volte si prolungavano assai, specialmente nelle ore serali. Anch'io sono stato del numero. M'era preso di una bruna che abitava in via Vacciuoli; un bel pezzo di ragazza cicciosa e soda, che ogni sera verso le sette veniva al pozzo con la "brocchetta" e un bel sorriso sulle labbra carnose e fresche, dondolandosi sui fianchi ridondanti. L'aiutavo a pompare e qualche grazioso compenso ne ho avuto, favorito dal buio.
Ma siccome i nostri colloqui si protraevano oltre al tempo largamente necessario a riempire non dico la "brocchetta", ma anche una botte, la madre, messa in sospetto, ci colse una sera insieme e l'idilio venne troncato di netto. Fu una grande delusione e invano attesi per oltre un mese che essa ritornasse, sfidando le brezzoline taglienti d'un rigido gennaio che in quei paraggi spiravano null'affatto incoraggianti.
L'impianto dell'acqua potabile fece disertare il pozzo centenario che venne chiuso e l'edicola demolita, dando luogo al piccolo piazzale che tutti ricordano.
L'impianto dell'acqua potabile fu un grande beneficio per tutta la grande citt, provocando la chiusura delle numerose cisterne, dalle quali si estraeva l'acqua per i bisogni domestici. E che acqua!
Me ne ricordo ancora e come me se ne ricorderanno i vecchi savonesi, guardando la limpida acqua di oggi nelle trasparenti caraffe poste in centro alla tavola, iridate dalla luce di mille guizzi d'arcobaleno, che invita a dissetarsi. V'erano anche in allora mille guizzi, non di luce, ma di animaletti d'ogni forma, rossi e grigi, s da sembrare un acquario d'infusori in miniatura. E le infezioni di tifo non erano infrequenti, malgrado molti avessero la precauzione di farla bollire.
Pensandoci rabbrividisco di disgusto e quasi mi muove la nausea, sebbene si avesse la precauzione di temperarla con qualche goccia d'aceto o un pizzico di zucchero per poterla trangugiare.
Come  sparito il vecchio pozzo del Duomo, son pure spariti da tempo tutti i vecchi "pregin" a cui nei diversi punti della citt accorrevano le donne e le ragazze ad attingere, e con essi le romantiche attese e gli amorosi accompagnamenti sino all'uscio di casa, per sostare col ancora qualche momento, prima che le madri dai balconi si mettessero a vociare i nomi delle ritardatarie.
Eran belli e poetici quelli accompagnamenti e dolci i colloqui che ne seguivano, ma ci non ha impedito che i giovanotti e le ragazze continuassero ad amoreggiare.
La sciarpa dell'ufficiale dello stato civile non ha avuto tempo di far le tignole nel chiuso cassetto. Si sono trovate altre strade. Amore  ingegnoso e le scale del Municipio larghe e comode.
 soltanto dopo d'averle discese che, qualche volta, si trovano intoppi dai quali non si sa come districarsi.
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Ecco l'aspetto di via Orefici - uno dei pi caratteristici "carruggi" savonesi - nel 1910-15.
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Gruppo di "notabili" savonesi in corso Principe Amedeo all'altezza di piazza Sisto IV (1910). Sono i frequentatori del "Caff Barile" perch il "Chianale" rimasto fangoso ed oggi scomparso come il "Barile", nascer nel 1915.
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L'IMPICCAGIONE DI GIOVANNI CERRO DETTO IL "GIABBE".
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Da quanto appresi nella mia giovinezza e anche recentemente, intorno a Giovanni Cerro detto il "Giabbe", nato e residente nella borgata di Lavagnola, mi sono formata la convinzione che fosse un individuo dal congegno cerebrale mancante di qualche ruota; a ci va aggiunta una avarizia sordida e una feroce gelosia, due tare sufficienti a rendere pazzo l'uomo pi equilibrato.
Il delitto, ricordato ancora attualmente, di cui si macchi la notte del 2 febbraio 1865, uccidendo la propria moglie, certa Bonifacino, dest immenso raccapriccio nella popolosa borgata e in tutta la citt, per il modo feroce con cui venne consumato. Secondo l'accusa, basata sulle perizie necroscopiche egli l'avrebbe soffocata mediante lo schiacciamento dell'esofago, dopo di averle turata la bocca con terriccio per impedirle di gridare. Tuttavia i vicini affermarono di aver udito lungamente la poveretta implorare piet al bestiale marito, senza per decidersi a intervenire, credendo a una delle solite scenate di gelosia, a cui da tempo li aveva assuefatti il Cerro.
All'epoca del delitto il Giabbe aveva 45 anni e la Bonifacino 30. La differenza d'et fra i due coniugi potrebbe indurre a sospettare che la gelosia dell'uxoricida non fosse completamente infondata, se la unanime deposizione di tutta la borgata a favore dell'infelice donna, non l'avesse recisamente escluso. L'uccisa era onestissima, di carattere molto timido e mansueto, una di quelle povere mogli maltrattate, che dolorano e piangono in silenzio, senza osar di ribellarsi nemmeno col pensiero alle continue sevizie maritali.
Nonostante le evidenti prove di colpabilit - tanto in istruttoria quanto durante il pubblico dibattito, svoltosi alla nostra Corte di Assise il 25 marzo dello stesso anno, con una sorprendente sollecitudine - il Giabbe si mantenne sempre negativo, sostenendo essere la Bonifacino morta senza sua colpa, in seguito a forti dolori alla bocca dello stomaco.
- Se l'avessi uccisa - disse in udienza, incespicando nel parlare, perch affetto da balbuzie - non mi sarei lasciato prendere in casa vicino al cadavere. Io l'ho assistita per quanto ho potuto e le feci persino il caff. (Testuale).
- Bel modo di soccorrerla! - gli contest il marchese Franzoni che presiedeva la Corte. - Altro che caff! gli avete riempito la bocca di terra.
- Si lamentava in un modo cos straziante da non poter resistere, e io le ho riempita la bocca di terra perch non penasse pi.
- Sfido! si lamentava di sicuro. Le schiacciavate l'esofago coi pugni.
- Non  vero! Le praticai soltanto alcune fregagioni per farle andare via il male.
- Gi, chiamatele pure fregagioni, ma non potete negare che fossero abbastanza energiche. Anzi per renderle pi efficaci, l'avete tolta dal letto e distesa sulla panca, su cui venne trovata esanime. L'elasticit del letto vi impediva di gravare in pieno su di lei, e allora ricorreste alla panca, la cui superficie rigida si prestava meglio a finirla in maniera pi spiccia.
- Non  vero! La distesi sulla panca per curarla con maggiore comodo: il letto era assai alto.
Nessuna sottigliezza inquisitoria riusc a confonderlo e a strappargli la confessione intera del suo crimine. Rispondeva con leggerezza inaudita, spesso sorridendo, quasi si trattasse di un fatto qualsiasi, senza gravit alcuna, guardando attorno come a cercare approvazioni nell'aula rigurgitante di pubblico ostile.
Simile contegno fu ritenuto cinico e ripugnante. Io credo che il Cerro non abbia mai avuto coscienza esatta del suo delitto, e si sia rivelato maggiormente meritevole delle cure di un frenocomio, anzich dei rigori della legge.
Ma a quel tempo la scuola criminale positiva balbettava appena... e imperava codificata la legge del taglione: chi uccide deve essere ucciso. E affinch il collo del colpevole non sfuggisse al capestro, venne espressamente da Genova, quale pubblico accusatore, il conte Tullio Pinelli, contro la di cui requisitoria si batt strenuamente e calorosamente il giovane avvocato Rossi di Finalmarina, senza riuscire a stornare dal capo del suo difeso un verdetto di piena ed intera responsabilit, quale venne reso a maggioranza dai giurati la sera stessa.
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Poco dopo l'alba del 13 luglio 1865, il Giabbe venne tratto dalle carceri di S. Agostino e in mezzo a un forte drappello di carabinieri avviato al luogo del supplizio, lungo le vie affollate di curiosi. Camminava, per quanto glielo permettevano i lacci in cui era avvinto, assai di buon passo a fianco del cappellano delle carceri, che lo esortava al pentimento.
Nessun segno di emozione gli appariva in volto, n sembrava curarsi delle imprecazioni e delle ingiurie che specialmente le donne gli urlavano al suo passaggio. Giunto sulla strada della Foce, vedendo un gruppo di persone affannarsi per correre avanti al lugubre corteo, testimoni presenti mi assicurarono che il Cerro uscisse in questa ironica esclamazione, la quale  una ulteriore prova della di lui incoscienza:
- "Cose camminn-a a f? T'anto se non ghe son mi a festa a no se f!".
La forca era stata eretta nella notte sullo spiazzo davanti al vecchio Cimitero e cio nei pressi dov' attualmente via degli Arenili. Nessun savonese volle prestarsi ad aiutare il boia nella repugnante bisogna, e per piantare il sinistro istrumento si dovettero chiedere a Genova due facchini; il quale fatto venne riportato dall'avvocato Giacomo Borgonovo, celebre penalista, in un suo libro contro la pena di morte, a tutto onore dei popolani savonesi, dei quali invitava a seguire l'esempio.
Alle ore 5 in punto, Giovanni Cerro detto il "Giabbe", uxoricida, pagava il suo debito alla societ offesa.
L'esecuzione fu lunga e atroce: il paziente era di complessione tozza e muscolosa e il boia ufficiale, Pietro Pantani, dovette saltargli sulle spalle e squassarlo pi volte prima di riuscire a rompegli la vertebra cervicale per affrettargli la morte, mentre l'aiutante Porro lo tirava in gi per i piedi. Un urlo di indignazione si lev dalla folla e le imprecazioni e gli insulti con cui essa pochi momenti prima aveva accolto il condannato, con la instabilit di cui ha sempre dato prova, li rivers sugli esecutori di giustizia, i quali dovettero essere validamente difesi dalla forza armata, per non venir malmenati e percossi.
Cos, si concluse l'ultima esecuzione capitale che ebbe luogo a Savona.
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CARNEVALEIDE.
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Senza il manifesto del Questore nessuno s'accorgerebbe d'essere in pieno Carnevale, anzi che il Carnevale trovasi agli sgoccioli delle sue tramontate pazzie. Non maschere n vistosi sgargianti costumi in esibizione nelle vetrine e nemmeno clamori in falsetto di mascherotti nelle strade. Persino l'allegra corsa studentesca sembra non abbia luogo. Sia pure; nessuno se ne lagna. C' ben altra carne al fuoco!
Tuttavia c' chi ricorda come il Carnevale ebbe nella citt nostra anni di vero splendore, al tempo in cui Milano furoreggiava con i suoi Carnevaloni e un poco per tutte le citt d'Italia si avevano mascherate imponenti per genialit e fasto.  dal 1886 - cinquant'anni giusti or sono - che ebbero inizio a Savona i veri Corsi Mascherati con carri grandiosi e mascherate a piedi numerosissime e indiavolate. Precedentemente soltanto qualche trovata individuale o di comitive o i soliti malinconici Pendelafico e Toni; ma niente di organizzato e di veramente bello.
Con i Corsi Mascherati, presero voga pure i Veglioni. Tutta la settimana grassa e i due ultimi giorni c'erano veglie mascherate, che culminavano in quella del gioved grasso indetta dalla Fratellanza Operaia; il cosidetto Veglione degli artisti, a cui prendeva parte il fior fiore della citt.
Ma allo stesso modo di molte iniziative cittadine, anche i Corsi Mascherati subirono alternative d'alti e bassi per mancanza d'uomini e di mezzi adeguati e miseramente finirono per affogare nelle rivalit meschine. Comunque ne sopravvive il gaio ricordo e v' chi possiede tutt'ora fotografie dei carri genialissimi e artistici del Merani, del Pinetto Garassini, del Maccagno e di tanti altri, degni sotto ogni aspetto di rivaleggiare con quelli dei corsi d'altre citt famose per le loro feste carnevalesche.
Dal momento che ho accennato alle mascherate vistose, mi credo obbligato di accennare a due semplici maschere isolate, le simpatiche beniamine della folla, che si divertiva ad ascoltare le loro tirate satiriche e le arguzie fini piene di umorismo di buona lega che la mandavano in visibilio: le due maschere tipiche della nostra regione, il "Marchese" e il "Paesano", egregiamente e con spassosa verve impersonate per un buon decennio da un noto e colto causidico, devoto alle muse dialettali, e da un notissimo merciaio ambulante, che del paesano aveva tutta la petulanza e la rozza spontanea battuta umoristica.
Il Paesano  morto da qualche anno, e il causidico s' dedicato ad altro, e tutto  precipitato nella grande congerie dei ricordi. Tutto al pi qualche vecchia dama sente forse, in questi giorni, la nostalgia delle fastose mascherate e dei dolci peccati, cui le fu pronuba la bautta, e sospira invano davanti allo specchio appannato dal tempo, che le attenua in una nebbia pietosa le stigmate impressele dagli anni sul viso gi tanto fiorente.
Carnevale, ormai fila via veloce senza chiasso e senza rimpianti, tra il manifesto del Questore e i rintocchi funebri della mezza notte dell'imminente marted grasso, annuncianti dall'alto dei campanili che non  lecito insanire pi oltre. Ammonimento inutile!
Oggi la gente d'Italia d del filo da torcere e lezioni di seriet e di coerenza a chi nella sua altezzosa superbia ebbe a chiamare un tempo la patria nostra "Carnival Nation"!
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VECCHIE MASCHERE NOSTRE.
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Carnevale  morto, tra l'indifferenza generale, come un qualsiasi ignoto. La sua gaia pazzesca regalit fatta di orpelli, non gli  valsa un rigo di necrologia. Ho notato qualche avviso di veglione timidamente esposto in un angolo di vetrina; un cartello messo l per commiserazione, quasi si trattasse d'un oggetto usato di cui ci si vuol disfare. Ora la Quaresima impera e sulle folle prone tuona tremenda e lugubre la condanna che invita a rinsavire: "Polvere sei e polvere diverrai!". Dopo quest'ultima Domenica della Pentolaccia, Carnevale 1938 andr a raggiungere nella buia tomba del tempo la lunga teoria degli scettrati monarchi col simbolo della follia che lo precedettero.
E ce ne furono dei veramente regali su cui gli anni non son riusciti a stendere la coltre pesante dell'oblio. Chi non ricorda gli scapigliati e lussuosi veglioni, i corsi mascherati, i gruppi innumeri di maschere gaie e loquaci, i getti enormi di coriandoli e stelle filanti, che ricoprivano il pavimento delle vie d'uno spesso tappeto multicolore? E l'allegria, il vociare in falsetto che tramutava la citt in una bolgia di spensierati cui unico scopo era quello di divertirsi senza riserve e di far del chiasso con tutti gli strumenti inventati per far rumore? Il ricordo  vivo come d'ieri, ma i ricordi non ridanno vita a ci che  passato.
Come tutte le altre regioni d'Italia, anche noi Liguri avevamo la nostra maschera particolare, una maschera fastosa, compassata, aristocratica, troppo legata all'etichetta per esser gaia e sbarazzina come tant'altre: il "Marchese". Ed  perci che il popolo gli contrappose il "Paesano", furbo e semplice nello stesso tempo, con tanto di "gazzo" vermiglio in testa, il sacchetto di castagne sulle spalle e l'immancabile salame che offriva alle ragazze con quella sua linguaccia pepata, in prosa e in rima provocando l'ilarit grassa dei gruppi che lo circondavano e lo provocavano a dirle grosse.
Altra maschera puramente nostra il "Pendelafigo", da anni scomparso. Maschera sciocca che dava dei punti ai pesci per mutismo, coperta da un lungo cappotto con cappuccio e con una mezza maschera in volto. La sua specialit consisteva in una canna da pesca a cui era legato un fico secco che coloro, a cui veniva offerto dovevano afferrare con la bocca. E nel mentre, specie i ragazzi, si accanivano contro l'esca ballonzolante, da una sacca che portava a tracolla traeva una manciata di crusca e gliela gettava in viso. Divertimento assai magro, che non valeva il "fico secco" guadagnato con tanti salti tra i lanci accecanti di crusca.
Fratello siamese del "Pendelafigo", era una specie di toni, vestito con una "tuta", su cui eran dipinte figure astronomiche e con in capo un lungo berretto a cono. Tutta la sua vivacit consisteva nel far salti intramezzati da innumeri "Ciao, ciao!" "Te conoscio". Una simile maschera non effondeva attorno a s molta allegria e noi lo chiamavamo "Testa, c, berretta  cannon". Per, bisogna concedergli un'attenuante a tanta insipidezza: distribuiva di tratto in tratto qualche confetto alle belle ragazze che incontrava.
Per fortuna, altre maschere, non schiettamente paesane, quali il "Dottore" e la "Vecchia" pettegolona, dall'ampia cuffia di madrasso, il "mezzero" sulle spalle e la cannocchia e il fuso in mano che tagliava cappotti a tutto spiano, comunicavano nel pubblico il brio del quale scintillavano come fuochi d'artificio.
Un celebre "Dottore"  stato ai suoi tempi l'amico Menico Berlingeri, il quale si era disegnato da se stesso un grosso libro zeppo di sanguinanti figure anatomiche, che illustrava al pubblico con discorsi pieni di verve e di comicit, decantando i suoi specifici e le regole per conservarsi sani. Era davvero spassosissimo e nessuno seppe pi soltanto imitarlo.
Basti dire che sapeva cinquemila versi del "Sci Reginn-a" a memoria. E parimenti un "Paesano" arguto che non lasciava botta senza adeguata risposta, fu il venditore ambulante Luigi Becco dalla figura maschia e dalla voce metallica, con la quale sapeva dar risalto a tutti i sottintesi di cui era condita la sua sciolta parlantina. Tutti e due furono per parecchi anni le figure centrali dei nostri carnevali passati, che purtroppo non si rinnoveranno pi mai, perch, come scrissi, i ricordi non han la miracolosa forza di risuscitare il passato, del quale sono come l'aroma sottile rimasto in certe chiuse scatole che hanno contenuto oggetti a noi tanto cari e dolci.
Per la nostalgia di un po' di spensieratezza e di chiasso permane nei nostri cuori. Ah, se si potesse insanire una volta ancora, come dice il proverbio latino: "Semel in anno licet insanire!".
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L'arrivo di Re Carnevale nel 1910. La foto mostra il lato destro della piazza ove sorge il Chiabrera col giardino e la cancellata al posto dell'attuale rosso grattacielo della Banca Popolare di Novara.
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Un altro Carnevale: quello del 1926 che vide presidente (con tuba) il comm. Accornero, re del carnevale lo spedizioniere Giasotto e Gran Ciambellano lo studente Luigi Pennone.
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"O LMETTO" DELLA VIGILIA DELL'APPARIZIONE.
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- Leggenda -
Molte volte l'ho sentita narrare dalla mamma nella mia infanzia.  una leggenda ingenua e semplice e mi limito perci a raccontarla tal quale l'ho appresa.
L'anno in cui il fatto miracoloso avvenne  ignoto, ma di tali fatti, che si ritiene dovuti all'intervento di N. S. della Misericordia, il Santuario a lei dedicato dalla devozione dei fedeli, ne  tutto istoriato. Predominano i dipinti rappresentanti salvataggi da sinistri marittimi, poich la Beata Vergine ebbe tra i naviganti i pi ferventi adoratori; cosa naturale, trattandosi della protettrice di una popolazione eminentemente dedita alla rischiosa e accidentale navigazione a vela. E la leggenda che riassumo ha per oggetto appunto, il salvataggio di un povero naufrago.
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Per secolare tradizione di esultanza, la popolazione savonese e del contado, suole celebrare con una solenne luminaria la vigilia della Apparizione, che vuolsi avvenuta il 18 marzo dell'anno 1536, e, nel passato, non un balcone n un abbaino rimaneva all'oscuro. I ricchi sfoggiavano alle finestre lunghe teorie di ceri, e i poveri, modesti nicchi di terracotta detti "luminee", in cui ardevano lucignoli immersi nell'olio. I cartocci e i palloncini di carta colorata che ora la sera della vigilia dell'Apparizione danno alle facciate delle case della citt un aspetto fantasmagorico, erano un lusso ignorato anche dalle borse facoltose; la luce elettrica poi ancora un... sogno di mente inferma.
Tale ricorrenza fu sempre vivamente attesa da tutta la citt, e costituiva per i ragazzi d'una volta, l'incentivo di una serata di spasso e di esercizi pirotecnici a base di tric-e-trac e di razzi, per l'acquisto dei quali consumavano i pochi spiccioli accumulati da settimane, provocando scoppi fragorosi che suscitavano proteste e improperi fra le donne che si trascinavan dietro le numerose figliolanze a curiosare, lungo le strette vie, le luminarie dei ricchi palazzi e gli addobbi alle numerose nicchie delle madonnine dei negozi e dei crocicchi, fra le quali emergeva quella sull'angolo del palazzo di piazza Maddalena e via Pia, sempre opulenta d'argentee lampade, di candele e di ghirlande di fiori.
Di simili nicchie la Vergine comparsa al contadino Antonio Botta, ne aveva in tutte le strade e molte sussistono ancora, prima neglette ed in questi ultimi anni dal popolo restaurate: e le popolane andavano a gara nell'adornarle, sostandovi a gruppi la sera per recitare le litanie, frammischiando gli "ora pro nobis", coi richiami ai turbolenti monelli, intenti alla contemplazione dei "lumetti", dei quali si additavano vociando le fiammelle che ardevano gagliarde o i rossi guizzi intermittenti delle moriture.
Spettacolosa sempre, fra il vago tremolio di fiammelle che il vento or sembrava spegner ed or rinvigorire, l'ignea esultanza delle genti del porto, e dei calafati, che requisivano tutti i cocci da tavola sbrecciati riempiendoli di masse di stoppa impregnata di catrame, per farne una sola linea ardente e fumigante, che dal muretto della Marinetta, ora scomparso, si snodava in arco amplissimo sino alla Chiesetta di Santa Lucia; specchiandosi in mobili serpentelli di brace nelle calme acque della vecchia Darsena, e impregnando l'aria dell'acre odore di catrame e di stoppa combuste. Era una grande fiammata che dava la sensazione di un incendio strisciante lungo le case, e che veniva doviziosamente imitata dagli stovigliai delle Fornaci, che, non possedendo calate da ornare dei loro cocci ardenti, li mettevano in fila lungo la spiaggia e li abbandonavano al capriccio della corrente marina, che li sparpagliava e li portava lontano nella notte fonda verso l'orizzonte.
E sarebbe appunto uno di tali fuochi vaganti che, come la leggenda narra, avrebbe servito alla Beata Vergine, per trarre a salvamento il naufrago cui ho accennato.
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Qualche giorno prima della vigilia della ricorrenza dell'Apparizione di quell'anno, si era scatenata improvvisamente una fiera tempesta con piogge torrenziali e vento fortissimo da libeccio che aveva reso il mare spaventosamente furente. Il Letimbro scorreva mugghiando in piena, trascinando alberi divelti, dalle onde rigettati sulla spiaggia frammisti a rottami di navi.
La popolazione atterrita s'era chiusa nelle case, pregando. Solo pochi animosi avevano osato sfidare la pioggia e il vento per correre alla spiaggia a raccogliere il legname abbandonato lungo la riva. E quei pochi videro lontano una piccola paranza maremmana, lottare nella foschia con i marosi spumeggianti, a volte lanciata verso le nubi plumbee e a volte inghiottita in abissi profondi. La sera calante avvolse di tenebre la tragica lotta del fragile minuscolo scafo col mare immenso e sconvolto come da un parossismo di rabbia feroce e implacabile.
La mattina del 17 marzo, il vento e la pioggia cessarono e di tra le spesse nubi squarciate, il sole sorrise lietamente. Sull'imbrunire la luminaria si accese con raddoppiata festivit e splendore ai balconi e gli stovigliai delle Fornaci misero in mare maggior copia di fiamme natanti, e a lungo rimasero sulla spiaggia, osservandole allontanarsi quasi fossero un folto sciame di lucciole inseguentesi lungo un prato sterminato e nero, sul quale ammiccavano le stelle dal cielo fattosi completamente sereno.
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La tragica lotta della paranza maremmana con la furia cieca delle onde, sottratta dalle ombre della sera agli sguardi di coloro che il giorno prima eran sulla spiaggia a raccogliere rottami, si era conclusa nelle tenebre della notte, fra gli urli della tempesta. Aveva vinto il mare, e dei quattro uomini dell'equipaggio, uno solo rimaneva in vita, disperatamente aggrappato a un pezzo della barca stritolata e sommersa. Nuotava inconscio, senza meta, obbedendo all'istinto di conservazione. Era stanco, sfinito; l'emozione e le sofferenze lo avevano sfibrato; ma quanto rimaneva ancora in lui di vita rifiutava di spegnersi tenendolo stretto, inchiodato al rottame che gli impediva di affondare.
Sebbene il mare si fosse andato calmando, le correnti marine avevano trascinato al largo il povero naufrago esausto, e allorch fu giorno chiaro egli si trov sperduto sulla immensit delle acque senza un segno che gli indicasse da qual parte stesse la terra. Nuot, nuot disperatamente, e al tramonto egli era sempre uno sperduto fra cielo e mare. Sopravvenne la notte. Egli ricord che al momento del naufragio trovavasi in vista di Savona, e col ricordo di Savona venne quello della Vergine miracolosa che tanto aveva sentito esaltare dai marinai liguri, ad Essa specialmente devoti. Pens ai suoi figliuoli ai quali col duro mestiere provvedeva il pane e che forse pi non avrebbe riveduti, e allora una invocazione ardente gli sal dal cuore alle labbra e pi volte la ripet con fervida fede e speranza: - Maria, Madre di Misericordia, abbi piet dei miei figli!
E chiuse gli occhi raccogliendo tutto il fervore dell'anima sua, fiduciosa nel supremo intervento.
Quando li riapr scorse una viva fiammella galleggiante danzargli vicino gioiosa, quasi animata da una volont occulta manifestantesi con guizzi e crepitii che diffondevano intorno una pioggia di stelline d'oro. Quella vista lo rianim; non si sent pi solo e sperduto e sorrise alla fiammella, di un sorriso stanco, ma pieno di conforto. E quando essa incominci ad allontanarsi da lui lentamente, radun tutte le sue forze cercando di seguirla. Dapprima i suoi movimenti furono penosi e tardi; i muscoli obbedivano a stento alla sua volont. Ma a grado a grado sent le sue forze riprendere vigore e si mise a nuotare agile e svelto, come se solo allora egli fosse caduto in mare, e non da quasi ventiquattr'ore si trovasse in bala delle onde, cui con disperato sforzo aveva conteso la vita.
E la fiammella fuggiva, fuggiva guizzando e sembrava l'attirasse nella sua invisibile scia, tanto che egli ebbe la sensazione di essere trascinato da una veloce corrente marina.
In capo a circa un'ora vide profilarsi all'orizzonte una massa scura seghettata che si stagliava nel cielo stellato e dopo poco delle linee di luce bizzarramente tracciate nel buio, sormontate da fuochi pi vasti, che si moltiplicavano, s'infittivano, diffondendo un chiarore di meteora che lasciava intravvedere i profili e le facciate di una grande distesa di case illuminate e festanti. E con le case la riva dove il mare si frangeva in piccoli marosi, con un mormorio sommesso, quasi volesse chieder scusa alla terra delle furie dei giorni scorsi.
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Quella notte i pescatori che, dopo una settimana di riposo dovuta al maltempo, stavano preparando le reti per la pesca antelucana, assistettero con stupore all'avvicinarsi alla riva d'una fiammella risplendente di vivida luce sempre pi intensa sino a diventare un radioso bagliore e sulla sua scia luminosa un uomo sfinito prodigarsi nelle ultime bracciate per giungere a riva, uscire dalle acque e cadere in ginocchio non appena i suoi piedi toccarono la spiaggia; mentre la fiamma che l'aveva guidato si arrestava sullo sciacquo dell'onda, e dopo un ultimo improvviso balenio che illumin le cose circostanti con grande fulgore spegnersi di colpo.
L'uomo sfinito uscito dal mare era il povero naufrago della paranza maremmana miracolosamente riuscito a raggiungere la terra, che in ginocchio ringraziava la Madre di Misericordia di averlo salvato.
E qui finisce la leggenda che mai ho cercato di controllare, perch il miracolo fiorisce colla fede e di fede si materia nel cuore umano.
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LA SETTIMANA SANTA CINQUANT'ANNI OR SONO ED OGGI.
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La Settimana Santa, da oltre tre secoli, attira nella citt nostra un numero stragrande di forestieri, in prevalenza contadini, provenienti dalle due riviere e dal basso Piemonte, desiderosi di assistere alle solenni funzioni religiose, culminanti nelle tradizionali processioni notturne del Venerd Santo e del mattino pasquale. Tali processioni costituiscono un inusitato spettacolo per la dovizia dei ceri e per gli artistici gruppi rappresentanti episodi della Passione ed hanno raggiunto una fama di cui i Savonesi, anche se non religiosi, vanno orgogliosi quanto della storica torre del Brandale che ricorda le glorie del libero Comune.
Con i progrediti e rapidi mezzi di comunicazione e con l'affinarsi dei costumi anche fra la gente del contado, l'annuale invasione di devoti e di curiosi, ha perduto le caratteristiche del tempo in cui la maggior parte di essi giungeva qui a piedi, dopo interi giorni di marcia faticosa lungo le primitive strade montane e rivierasche.
Savona pareva in quei giorni ormai lontani, il centro di convegno dell'esodo delle popolazioni dei dintorni, che gremiva le vecchie strade anguste e sinuose, di gente rozza e goffa, maleodorante di stallatico e di terra smossa, costretta, per la grande affluenza e per la difficolt di trovare un alloggio per tutti, a bivaccare all'aperto sui gradini delle chiese e sugli spalti dell'antica fortezza di S. Giorgio, in una promiscuit da armenti.
Erano quelli i tempi classici del "beciancillismo" e degli ossessi, trascinati a forza dietro la statua miracolosa del Redentore per liberarli dalla invasione del "maligno". I tempi d'ora in cui via Cassari coi suoi tortai e colle sue locande rigurgitanti giorno e notte, e via Pia coi suoi numerosi merciai, stavano all'apogeo della rinomanza e dei lucrosi affari.
I "beciancilli", come per dileggio erano designati i contadini per quanto fatti oggetto di burle spassose, e qualche volta anche atroci, da parte dei fannulloni e degli sfaccendati, formavano la grassa preda dei bottegai, invitanti agli acquisti con la voce e con le mostre appariscenti di manufatti e di cibarie. Nessun'altra solenne ricorrenza reggeva il paragone colla Settimana Santa. E gli esercenti, sin da met Quaresima, vi si preparavano facendo toletta ai loro locali, agghindandoli e rifornendoli di mercanzie; alacri e sorridenti, pregustando la prossima gioia degli incassi vistosi, avidamente rimuginati durante la lunga annata di calme vendite consuete.
Oggi i "beciancilli" giungono fra noi in autobus e colla via ferrata, quando non con macchine proprie. Vengono certo pi numerosi e anche da pi lontano di mezzo secolo fa, ma a malapena non tutti si distinguono dai cittadini. Non portano pi in testa i gazzi fiammanti e i larghi fazzolettoni colorati, n vestono di fustagno e di vergatino, e il lastricato delle vie, ora ampie e monumentali, non risuona sotto i passi pesanti e sgraziati delle grosse calzature chiodate e fangose.
Non li si vede pi andare in giro a branchi, timidi e impacciati, sgranando gli occhi curiosi e meravigliati davanti alle mostre, per quanto siano assurte alla imponente ricchezza della grande citt; n soffermarsi estatici sulle soglie dei laboratori degli artigiani e seguirne a bocca spalancata il lavoro, quasi assistessero al compiersi di un prodigio.
Girano smaliziati e indifferenti, con a fianco le loro donne vestite alla moda, con i capelli corti e le scarpette scollate e chi si azzardasse di farli oggetto di qualcuna delle beffe che fornivano l'argomento per mesi e mesi, alle grasse risate degli sfaccendati burloni d'un tempo, vedrebbe spuntare sulle loro labbra un sorriso ironico di derisione: Non attacca, amico!
Il soli tiri - e non lieti - di cui oggi qualche volta rimangono vittime, sono quelli che loro giuocano alla chetichella i lestofanti. E anche in ci si eguagliano con i cittadini. Ma se i tempi e i costumi si sono mutati, quello che non ha mutato per il volger degli anni,  lo aspetto festoso e solenne, fatto di attivit insolita e di gaiezza, che la nostra citt assume in questa settimana consacrata alla Passione e Risurrezione dell'Uomo Dio. Settimana che si inizia il luned nella Cattedrale Basilica con la famosa "Macchina", una meraviglia formata dalla gloria fiammante di oltre un migliaio di ceri disposti con arte impareggiabile attorno all'altar maggiore, i cui marmi sacri, coperti di lini preziosi, sembrano splendere di mistico candore in un infinito cielo di stelle, e che viene accesa per tre sere di seguito durante le rituali funzioni.
No, l'aspetto festoso, gaio che in questa settimana si diffonde per tutto, nelle cose e negli esseri viventi, non muter quand'anche le sacre funzioni dovessero annullarsi in un lontano futuro, perch la irrompente Primavera continuer a risvegliare nei cuori la gioia della vita rinnovellata, e la voce possente - come un giorno dal Golgota insanguinato - echegger sempre sul mondo, invocando: "Pace in terra agli uomini di buona volont!".
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LA SETTIMANA DI PASQUA A SAVONA.
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Una volta era una settimana di affari e di movimento, attesa da locandieri e commercianti, per l'affluenza di forestieri, in special modo del contado, i quali venivano a frotte e in maggioranza a piedi, per assistere alle sacre funzioni e far compere.
Gli esercenti vi si preparavano per tempo imbiancando e ripulendo i negozi. Via Pia e i vecchi Cassari s'agghindavano a festa con le mostre di manufatti e di cibarie. Dovunque aleggiava un'aria insolita d'avvenimento. E avvenimento era. Il maggiore dell'annata, non soltanto per le pubbliche solennit e per il concorso dei fedeli. Anche per gli affari vistosi.
Gli spalti della vecchia fortezza, i portoni delle case, gli Oratori, accoglievano per la notte all'addiaccio la folla che non aveva trovato posto nelle locande. Altri si addormentavano, facendosi guanciale con i gomiti, sul tavolo dell'osteria dove avevano cenato.
La citt sembrava sommersa da una invasione di gente in esodo che s'accontentava di quel che trovava pur di schiacciare un sonnellino riposante.
Il gioved sera si snodava per la citt la processione delle "cassette", portate da bambini sui dieci, dodici anni. Una riproduzione in piccolo dei gruppi artistici di quella del Venerd Santo. Una parodia scomparsa, nella quale figuravano molti doppioni dello stesso gruppo e parecchi di squisita fattura, che in molte case ancor si conservano e che starebbero bene riuniti in una sala del Museo o della "Campanassa". Non mancavano n le torcie, n i tamburi e nemmeno la schiera dei chierichetti, coi fumiganti turiboli, attorno alla "cassa della Santa Croce", posseduta da un certo Rattin, notissimo usuraio.
Organizzatore della processione delle cassette, fu per moltissimi anni un fabbricante di ceri, certo signor Ferretti detto "il dritto" per distinguerlo da altro suo fratello pure fabbricante di cere e soprannominato "lo storto". Ferretti "il dritto" era un buon uomo e capeggiava tutte le processioni, ma quella dei piccoli del Gioved Santo era la sua passione, malgrado che organizzarla gli costasse un vero ammattimento. Figuratevi qual cumolo di pazienza occorreva per mantenere in ordine tutti quei ragazzi e farli filar diritti, per quanto vi si prestasse di buzzo buono! Non ci voleva che lui e infatti dopo la sua morte non si trov pi alcuno che volesse sobbarcarsi all'ardua fatica. E, dal punto di vista della seriet, fu un bene.
Coadiutore del buon Ferretti, era il ben noto "Checco  nason", il pi bel naso rubizzo di tutta Savona, portatore di stendardo in tutte le processioni e in tutti i mortorii, alto e corpulento, che disimpegnava le funzioni di gendarme dell'ordine, tenendo a freno i pi riottosi e impedendo che posassero in mezzo alla strada le "cassette" e s'azzuffassero come mastini.
La processione delle "cassette" rappresentava una attrattiva del mondo piccino, sia per coloro che vi prendevano parte, sia per gli altri che si schieravano lungo il percorso. La citt era piccola e la gente si conosceva fra loro. Tanto pi i ragazzi, che vedendo passare i compagni serii e tronfi li chiamavano per nome e li berteggiavano, ricevendo strattoni e schiaffi dalle mamme, scandolezzate dalla loro impudenza. Devo, per, aggiungere che anche i grandi vi si divertivano, considerandola come un saggio della grandiosa e solenne processione dell'indomani.
La processione del Venerd Santo, quale oggi  offerta all'ammirazione dei fedeli, ha guadagnato in sontuosit e sfarzo su quelle della mia giovinezza. Ma ha puranco perduto qualcuna delle caratteristiche sue proprie. Anzitutto s'inquadrava meglio nelle strette vie della citt vecchia. La scarsa luce dei fanali a gas permetteva maggior risalto alla illuminazione a cera dei gruppi e maggior coesione alle teorie dei fedeli che li seguono. Nonostante l'illuminazione elettrica che ha sostituito le candele, lo splendore dei fari stradali annulla per una buona met l'effetto coreografico dello sfilamento. V' un maggior numero di bande musicali, ma non si sentono pi le caratteristiche voci dei "fratelli" salmodiare il "Miserere", rimandandosene i versetti da l'uno all'altro, con quella intonazione chiesastica che li rendeva peculiari. La morte se li  portati via in maggioranza e i pochi che rimangono son troppo vecchi per sottostare alla fatica del lungo percorso.  rimasto indimenticato il gruppo dei cantori di Lavagnola, cos ben affiatato e con una ricchezza di voci davvero ammirabile.
Numeroso e carino come ora lo stuolo dei bambini in costumi di santi, per i quali tante mamme si affaccendavano per settimane a cucire e a costruire ali e corone di cartone e a impapelottare i capelli dei loro figlioli, per fare ad essi una testa ricciuta, e che sempre attira l'attenzione delle donne che se li segnano a dito e ridono spesso delle mosse buffe e della comica gravit con cui i piccini si prestano a impersonare il santo di cui portare le vesti.
Scomparsa  pure la cosidetta "marea" che si buttava davanti alla processione, col pretesto di farle largo tra la folla, composta di ragazzacci, che trovavan gusto ad urtare malamente le persone e specialmente le donne, gridando: "Fae roso, o l' chi a marea!". Una vera sconvenienza che pure si protrasse sino a pochi anni or sono.
Di grande attrattiva la discesa della statua del Redentore dalla nicchia, la mattina del Sabato Santo, al momento della "Gloria", non tanto per veder scivolare la statua sul piano inclinato, mediante il gioco delle carrucole, quanto per gli esorcismi con cui si liberavano gli ossessi dal demonio, in maggior parte giovani contadini e contadine che venivano trascinati a forza davanti all'altare urlanti e stravolti. Uno spettacolo pietoso, che finiva con l'assoluzione dei disgraziati.
Tutti gli anni ve n'erano parecchi e tutti si liberavano dal malefizio, chi rigettando una lunga treccia di capelli, chi un sasso pesante qualche chilogrammo, e tanti altri oggetti assurdi e impossibili ad essere ingeriti. Almeno tali erano le voci che correvano fra le donnette, spergiuranti di essere state le oculari testimoni del fatto.
La Settimana Santa si concludeva, come ancor si conclude, con la processione del mattino di Pasqua. Una lunga sfilata di fratelli dell'oratorio del Cristo Risorto, in cappa bianca, alla quale prendevano parte moltissime donne e ragazze col cappuccio abbassato, i cui occhi per sfolgoravano attraverso i buchi, precedenti l'unica statua del Redentore. Processione festosa, dove alla letizia dei canti mistici si aggiungono gli allegri concerti delle bande musicali.
Alla statua del Redentore v'ha unita una leggenda, la quale vuole che se la processione non rientrasse prima del levar del sole, la statua suderebbe sangue. Cosa che mai si  verificata, perch la processione guadagna sempre l'Oratorio con le prime luci del giorno.
La sacra cerimonia, oltre al simbolo religioso,  un inno gioioso alla Pasqua, alla vita redenta, ai cieli puri e dolci, che sveglia la citt dormente perch unisca il suo giubilo alla letizia del mondo rinascente nella primavera.
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La processione del Corpus Domini sfocia da corso Principe Amedeo in piazza Giulio II (1915). Notare, nelle presenze femminili della folla, le tipiche "casacchine" della donna savonese del tempo.
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La Darsena vecchia ( c de boe) nel 1915 primo anno della guerra italo-austriaca per Trento e Trieste.  la pi caratteristica visione savonese che dalla fine dell'ottocento in poi, ha ispirato numerosi pittori e continua ad ispirarne.
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PALME, ULIVI E UOVA PASQUALI.
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La domenica delle Palme  sempre stata fra noi una ricorrenza di rilievo; nelle chiese si svolgevano - e si svolgono tutt'ora - funzioni solenni con largo concorso di devoti per la benedizione delle Palme e degli ulivi, che le famiglie solitano porre a capo del letto quale amuleto.
Nel passato le palme destinate al rito sacro avevano la sopravalenza sui ramoscelli d'ulivo, che oggi, non so il perch, si verniciano d'alluminio o di porporina. L'ulivo, con la sua foglia cangiante,  gi abbastanza bello di per se stesso, senza profanarlo con altre tinte. Nell'ulivo, oltre il simbolo commemorativo dell'entrata di Ges in Gerusalemme, v' pure il simbolo della pace cui l'umanit aspira, ed  forse per questo che la palma  deceduta, riducendo al minimo l'industria dei palmieri, gi abbastanza diffusa fra le ragazze di via Orefici, le quali possedevano una abilit speciale nell'intrecciarne le foglie in croci semplici e doppie, in carzoli a giglio di varie misure, dando ad essi forme artistiche di bell'effetto. Ora tale lavorazione  quasi esclusivamente riservata alle chiese e ai conventi e se ne fabbricano sempre dei discretamente belli.
Le uova poi avevano uno smercio veramente grande. I negozi ne tenevano in mostra ceste ricolme colorite con tutti i colori dell'iride e sode. C'era l'uso di giocarle "a-a pizza", cio cozzando le punte dell'uno contro l'altro. Quello che rimaneva intatto guadagnava. Prima di accingersi al gioco se ne provava la resistenza, battendole contro i denti leggermente, scartando quante davan suon falso. Precauzione non sempre efficace, perch a volte era proprio il ritenuto di maggior resistenza che si rompeva per il primo. E allora risate e chiasso fra i giocatori quasi sempre giovanotti e ragazzi.
I ragazzi di cinquant'anni fa, non sognavan nemmeno nei pi fantasiosi sogni la magnificenza delle superbe mostre dei dolcieri odierni d'uova pasquali, in cui la genialit della nostra stirpe si sbizzarrisce in modo fantastico. Bastava il solito "cavagnetto" di pasta appena dolcificata e cosparsa di "semensetta" (coriandolini piccoli come granelli di sabbia fina) ch'era una prelibata leccornia. V'eran "cavagnetti" da un uovo, da due e pi, sino ai colossali da una dozzina per le famiglie ricche di figli e di nipoti. Ne ho visto ancora qualcuno nelle vetrine dei vecchi fornai, ancora ligi alla tradizione. Come mi son sembrati vecchi e passati, e che squallore, che povert!
Eppure anch'essi un giorno hanno sentito le avide occhiate dei bimbi dei lor tempi, son stati accolti con gridi e sorrisi di gioia ingenua e intensa, superiore a quella dei bimbi di oggi, i quali, allucinati dalle fastose mostre, contemplan delusi e immusoniti l'uovo non troppo appariscente che vien loro offerto.
Effetti della vertiginosa corsa del tempo, che tutto trasforma e affina, che fa sembrare lontanissime costumanze di un passato vicino ch'io non rimpiango e nemmeno rilevo ad antitesi del presente. Ogni generazione vive la vita che si  conquistata con la propria operosit, con l'evoluzione del pensiero e del gusto, assurgendo sempre a nuove forme.
Ed  bene sia cos; io per intanto per i miei nipotini cercher di comprare le uova pi belle, proprio in omaggio ai tempi nuovi.
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IL CORPUS DOMINI.
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Fin dalla vigilia la vecchia campana della Torre del Brandale l'annunciava, come era consuetudine suonarla per tutte le altre solennit, a grande distesa. Ah, quelle onde sonore cos possenti, cos ampie che rombavano nell'aria non le dimenticher mai! Ne ho conservato il ricordo, come di una cosa tangibile, riversantesi ad ogni colpo successivamente dall'alto, spingendo le prime ondate sempre pi lontano sulla terra e sul mare, nel cielo rutilante del tramonto, sino a formare un vasto baldacchino vibrante, che su tutto sovrasta diafano e gioioso. Alla festosit del giorno morente, nell'accesa gloria di colori incandescenti, si univa la calda armoniosa voce del bronzo amato e vi si fondeva completandola, perfezionandola in una mirabile esultanza.
Tempi in cui la fantasia lavorava esaltandosi.
Io mi sono scoperto poeta a sessant'anni, perch ignoravo di esserlo stato sempre. Convengo che poeta si nasce, ma  un male, un danno. La vita  pratica e tornaconto. E lo sanno le piccole menti ferme sull'utile.
Intanto, marinai e bottegai, liberi dalle occupazioni giornaliere avevano fatto incetta di bandiere e di cordami dai velieri ancorati nel "Culo di Bove", e l'avevano spiegate da balcone a balcone. In piazza Brandale campeggiava una grande bandiera con dipinta la Vergine di Misericordia con un bordo di stelle, sventolante fra le variate dell'alfabeto marino. A chi appartenesse non so. So soltanto che per anni e anni alit col vento, distinta fra le altre. Ed era bella.
Come le adiacenze di casa mia, pure le altre strade dove doveva passare la processione solenne, garrivano di bandiere. La vigilia del Corpus Domini costituiva un principio, un inizio della festa solenne. Da strada a strada era una gara di addobbi. L'indomani l'avrebbero completata con i damaschi bordati di frangie d'oro alle finestre dei ricchi. I poveri stendevano copriletti bianchi e colorati. Il meglio posseduto. E l'esponevano con fede nell'evento promesso dal Figlio dell'Uomo che non aveva pietra per capezzale.
All'indomani, annunciata dallo scampano delle chiese e dai tocchi della campana del Brandale, la processione si snodava per le vie, lenta, solenne. Non come ora lussuosa, ma spontanea.
Dai balconi stipati piovevano petali di rose e gialli fiori di "ciantagalletti", mentre dagli incensieri saliva nell'aria il mistico profumo della resina sacrata. Tutto si svolgeva in una atmosfera d'incanto e di fervore.
Aprivano il corteo i "Madonnini". I vecchioni viventi nell'anticamera della morte e le giovani vite senza carezze di madri con i misteri aurati e il pezzotto bianco stirato. Tutti con l'azzurra divisa del beneficato, come se non fosse gi umiliante vivere della pubblica carit e dovesse essere di regola portare le stigmate della propria miseria, pubblicamente, come una solenne umiliazione.
Cos voleva la mentalit d'un tempo!
Un uomo di grande cuore, Giuseppe Garassini, volle che l'essere povero non fosse pi una riprovevole colpa, e abol la divisa umiliante. Da allora i "Madonnini" furono liberi di partecipare o meno alla solenne processione del Corpus Domini. Il non aver accumulato un capitale durante la vita, non fu pi considerata una riprovevole colpa.
Ma i ricoverati dell'Ospizio di N. S. di Misericordia, continuarono a partecipare alla Processione del Corpus Domini. Era per essi una festa, un diversivo alla consueta vita. Una occasione di rivedere i propri cari, aspettanti con le braccia aperte e il loro affetto ardente.
E cos, ancora quest'anno assisteranno ad incontri pieni di tenerezza con i loro parenti, di coloro che nell'Ospizio attendono la morte consolatrice e di quelli aspettanti la maggiorit per entrare nella vita. Incontri in cui la gioia  temperata dal bisogno, tristi e dolenti.
Anche senza la divisa umiliante del beneficato, il fatto rimane; il ricoverato per beneficenza  un essere che la societ ha accantonato per depennarlo a suo tempo dallo stato civile. Un morto in anticipo.
Ma l'anticamera della morte pu essere lunga e penosa. Che importa! Il domani non ci appartiene.  l'oggi che noi vogliamo! La processione del Corpus Domini si svolger solenne, con maggior fasto del passato fra le bandiere garrenti al vento e i balconi pavesati. Sar imponente per numero e per sontuosit. Un trionfo per la fede e per la chiesa, ma anche una gioia per coloro che potran riabbracciare i loro cari da cui la miseria solo li ha divisi. Una festa per i "Madonnini".
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LA FIERA DI SANTA LUCIA.
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Anche quest'anno la tradizionale Fiera di Santa Lucia verr celebrata con straordinario concorso di curiosi e di giovani studenti, in fregola di fare del chiasso, assordando le rosee orecchie delle signorine con i suoni acuti e stridenti delle trombe di carta frangiate, e bersagliandole di proiettili inoffensivi, ai quali si sottraggono rosse e sorridenti, con la fuga, vibrante di mal dissimulato compiacimento.
La tradizione  di vecchissima data, ma la Fiera non  pi quella del passato. I banchi di figurine e ornamenti per il Presepe e l'albero di Natale, costituiscono la minoranza. Abbondano invece quelli di articoli casalinghi, calze, guanti, nastri, berrette, maglie, ecc. come in una qualunque sagra di villaggio. Sempre uguale il chiasso della giovinezza espansiva e straripante.
Un'occhiata alle mostre dei famosi "pastori" di terracotta colorata, basta per constatare come tale industria nostrana sia in decadenza. La maggioranza dei "pastori", offerti in vendita, provengono dagli artigiani di Albissola e sono orribili. Mostri che delle vecchie artistiche figurine nulla posseggono, all'infuori della parvenza. Due puntini neri per segnare gli occhi e una lineetta rossa per tracciare la bocca, su pallottole gibbose che vogliono essere teste. I corpi delle statuette e i presenti da offrire al Bambino Ges, portati sulle spalle o in canestri di un bel giallo cromo, sono un'ira di Dio. Tale decadenza ha schiuso la via alla produzione di cartapesta e gesso d'altre citt italiane e straniere, e bisogna confessare che le statuette non mancano d'arte, di grazia e di senso storico, in confronto ai contadini con tanto di "gozzo rosso" sulle ventitr, alle contadine dalle ampie vesti ricordanti la crinolina, e alle pecorelle bianche con quattro chiodini al posto delle gambe.
I bei modelli, dovuti al Brilla e ad altri artisti nostri, sono totalmente scomparsi. Se ne conserva ancora qualcuno in qualche vecchia casa come un cimelio. La Societ "A Campanassa", parecchi anni sono, ha tentato di portare all'antico primato l'industria dei "pastori", istituendo premi. Vennero presentati modelli non privi di pregio a cui i premi vennero conferiti, ma la produzione industriale non miglior. Fu una gara di artisti ignorata dai produttori in serie, ed i mostriciattoli albisolesi continuarono a riversarsi a valanghe sui banchi della Fiera e a far sconcia mostra nei presepi casalinghi.
Temo che la rovina di tale nostra industria sia ormai insanabile. Occorrerebbe un gruppo di mecenati e di artisti che vi si dedicasse con amore e costanza. Ma dove trovare dei volenterosi disposti a perder tempo, fatica e danaro? Nell'attesa, la produzione forestiera si affermer maggiormente e vedremo esulare altrove un non indifferente cespite di guadagno pei nostri artigiani della creta. E sia!
La tradizionale Fiera di Santa Lucia rimarr una buona occasione di vendita per i merciai ambulanti, e una giornata di svago e di chiasso per gli studenti e per i ragazzi. Uno strombettamento clamoroso e altissimo di tutti gli strumenti a fiato di carta, di legno e di latta, dalla genialit festaiola creati per assordare.
Solo la piccola chiesetta solitaria, addossata alla "Siracusa" del Chiabrera, continuer alla data fissata ad aprire accogliente le sue porte al fervore delle vecchie donne, che alla Santa si recano ad invocare la grazia per i loro occhi stanchi, mentre le ragazze saettan di sguardi di finto sdegno i giovani che le assalgono rumorosi e audaci e le chiudono in cerchi di stridori e di sibili da bolgia dantesca celebrante una carnascialata.
Ma la maggioranza delle ragazze ci va appunto per questo alla Fiera di S. Lucia.
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VIGILIE DI NATALE D'ALTRI TEMPI.
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Fin dalle prime ore del mattino c'era nell'aria un che di festoso, anche se il cielo fosse imbronciato e la tramontana tirasse rasoiate in faccia. Si sentiva la vigilia del gran giorno. Risuonavan gli auguri e le frasi allusive agli acquisti insoliti, dette in tono allegro, per compiacimento pi che per rimarco. C'era movimento, brio, cordialit dappertutto. Dominava il tono amicale nella grande sinfonia espansiva per il tripudio natalizio. Frotte di contadini in berretto rosso e fustagno, circolavano col passo lento e pesante, adocchiando le mostre.
I negozi di cibarie agghindati con festoni di maccheroni tradizionali e con l'albero d'alloro di fianco alla soglia, verde e fragrante come il nostro mare. Spettacoloso fra i tanti quello della vecchia Terexin Salvo in via Pia, con forme di formaggi grosse quali ruote di carri e salumi e carni porcine a iosa, rosee, palpitanti, invitanti. Acquirenti a folla, in fregola di spendere per la rituale gozzoviglia del dimani. Pi il desco era guernito, pi la solennit era grande. Ventre mio fatti capanna! E la capanna metaforica si arrotondava e si tendeva come il sacco a fiato della flebile piva malinconicamente belante le sue nenie davanti alla capanna mistica.
La cosa era agevolata dalle copiose strenne - l'ormai leggendario "Din da noxe" - che i bottegai offrivan graziosamente. Dal pandolce ai maccheroni speciali, alla frutta, dal vino moscato al rosolio e alla croccante pagnotta con i semi d'anice regalata dai fornai i quali ancor non fabbricavan dolciumi. Le famiglie meno abbienti facevano assegnamento sul "Din da noxe" quale gratuito contributo al pantagruelico divoramento. C'era chi vi speculava sopra, dividendo durante l'anno le proprie spese fra il maggior numero possibile di negozi. E a Natale era una vera bazza. Bisognava soltanto comprare l'immancabile cappone!
Ma la bella usanza decadde con l'avvento dei tempi nuovi, per trasformarsi in volontaria oblazione annuale di beneficenza pro ospedale; oblazione che a sua volta sembr pesante, sinch s'and perdendo del tutto. Cos nulla pi s'ebbe in regalo n la beneficenza, n il consumatore.
Alla sera l'animazione delle vie si intensificava. Osterie e caff rimanevano aperti tutta la notte, gremiti. Mentre le donne nelle case spennavano, sventravano, preparavano legumi e verdure per i contorni e le salse, in attesa dei tocchi per andare alla messa di mezzanotte; gli uomini si abbandonavano alla bevuta della vigilia, anticipando la celebrazione con olocausti di bottiglie docili alle mescite abbondanti.
Finalmente le campane di tutte le chiese scatenavano gioiose il mistico richiamo alle sacre funzioni per la nascita del Redentore. Le donne sgusciavano silenziose e imbaccucate dirette alla chiesa, dove fra tripudi di luci e di suoni si innalzavano gli osanna di giubilo. Nelle vie si scatenava la gazzarra della giovent e altri canti si alzavan nella notte buia sino all'alba. Canti in cui predominava il desiderio di far chiasso, di stordirsi, di sfogare l'esuberanza giovanile; canti sempre uguali, che centinaia di generazioni si passano dall'una all'altra come quei della leva militare e formano quasi una rituale consegna a cui non  lecito mancare.
Ed  perci che questa notte ancora risentiremo fra le canzonette in voga stentoreamente stonate, da qualche gruppo intonare la sconclusionata "Pastorale" di cinquant'anni or sono, perch in quanto a far chiasso la tradizione si perpetua nella giovent allo stesso modo che in essa si perpetua il generoso e forte sangue della stirpe:
Son ben belle le pecorelle,
son ben boun-e da fa o stfou;
bibin c goscio,
sasissa maccaroin,
carne de porco!
E intanto le ore buie coleranno attraverso le sonerie delle torri che se le rimandano come sentinelle all'erta del tempo che passa, sino all'alba salutata con letizia dai grandi e dai piccini cui il Bambino avr portato conforti e balocchi preziosi di congegni, di ingegnosit mai da noi sognati; ma quest'alba sar anche vista sorgere con mestizia e con dolore da chi pi nulla attende e si sente solo solo, sperduto in mezzo al tripudio dei suoi simili, pensando all'alba fraterna proclamata dal Divin Nascituro, alla quale millenovecento anni di storia non hanno ancor dato la certezza di quel domani che  forse umana follia lo sperare.
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NATALE.
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Natale  la maggior festa della cristianit ed  pure l'annuale festa di riconsacrazione del possente vincolo di affetto e di consanguineit, che costituisce la famiglia. Festa intimissima fra noi gente di mare, che della famiglia porta il culto e la nostalgia nei lunghi viaggi verso le terre lontane. "Natale con i tu, Pasqua con chi ti vu", dice un vecchio nostro adagio, nel quale tale intimit  ribadita dalla tradizione secolare scrupolosamente osservata.
Il vecchio desco attorno a cui si  cresciuti, candido di lini e scintillante di stoviglie, spesso portate dai nostri marinai da estranei paesi, ne era come l'altare, mentre il ceppo ardeva nel caminetto aggiungendo il suo calore all'atmosfera gi calda dall'ardore dei cuori esultanti di trovarsi riuniti dopo traversie ed ansie a volte fortunose. E v'eran nell'angolo il Presepe per i piccini e l'albero di alloro o di ginepro carico di mandarini, di aranci e di pomi sospesi per i peduncoli cui s'eran dedicate le donne ad adornarli. E come erano belli e che senso di serenit aleggiava fra le domestiche mura che pi spesse ed opache sembravano ad occultare gelose l'intimo rito svolgentesi nei loro penetrali.
Bisogna aver vissuto lontano dal focolare, sull'instabile elemento, sperduti fra cielo e mare per sentire tutto il fascino di questo giorno sacro, e in ci sta il fervore con cui in Liguria lo si  sempre atteso e celebrato, dai grandi ancor pi che dai piccini, e per il quale si sono create gastronomiche specialit culminanti nell'insuperato "Pandolce", che del Natale  come l'esponente, destinato a troneggiare sulla tavola riccamente imbandita.
Quanti e che deliziosi Natali ricordiamo. Tutti i periodi della nostra vita, si pu dire, gravitino intorno ad essi e ne siano le pietre miliari, dall'infanzia all'et matura, con sensazioni e ricordi saldati in una lunga catena d'affetto, che va dagli avi canuti, a noi, ai figli ed ai nipoti, infuturandosi nel continuarsi e nel succedersi delle generazioni fiorite dal vecchio albero della famiglia.
Ed in tanta dolcezza ineffabile di ricordi lieti, quale tristezza infinita il ricordo del primo vuoto al desco famigliare, senza speranza di rivedervi comparire il congiunto amato!
Le lagrime velano la letizia che espandono le cose preparate come di consueto, e il calice non s'alza pi per brindare. Il cuore sanguina come l'albero per il ramo reciso e trova sol conforto nei nuovi germogli che, con gli ingenui sorrisi infantili, temperano la tristezza del momento.
Al pari dell'alloro guernito dalle mani gentili delle donne, la famiglia protende i rami dalle foglie sempre verdi e sempre olezzanti, sostituenti i rami caduti senza che l'albero perda la sua forma, il suo vigore e la sua freschezza.
E la gioia ritorna. I nuovi nati prendono il posto degli scomparsi e il desco di Natale risplende sempre di candidi lini e di stoviglie lucenti; il "Pandolce" troneggia fra le bottiglie di spumante propiziatrici di brindisi nuovi all'amore, che riunisce i commensali cui scorre nelle vene lo stesso sangue e palpita nei cuori lo stesso affetto a un tempo paterno e filiale.
Nel caminetto il ceppo allegra delle sue fiamme di oro il cordiale simposio, e nell'angolo soffuso di mistica ombra, i pastori adorano il Nato nella stalla, e sembra s'elevi da essi un coro che solo i piccini nella purezza ingenua dell'animo comprendono e ripetono con il gaio balbettare musicale che  la poesia della vita.
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ORCHESTRALI E CORISTIDEL VECCHIO TEATRO "CHIABRERA".
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Una delle ultime volte che fui al "Chiabrera", nella lunga attesa che s'aprisse il velario, mi son messo a rivangare fra i ricordi della mia "mnemoteca" (chiedo privativa), tanto per passare il tempo. Ho ricostruita la sala del teatro all'epoca in cui era in attivit e rispondeva degnamente all'appellativo di "Nostro Massimo" per gli spettacoli veramente artistici, sia lirici che drammatici, figuranti durante l'anno sul cartellone. La bella lumiera a gas nel centro, il telone con i ruderi dell'antica Roma, dovuto di sicuro al pennello d'uno scenografo e non d'un pittore, che aveva sostituito il primitivo sipario, andato distrutto in un incendio, a teatro fortunatamente chiuso, e che rappresentava l'apoteosi del nostro sommo Poeta, stato dipinto dall'esimio artista Gaetano Borgo-Carati.
Quante figure ne son saltate fuori, ormai in gran parte scomparse, a cominciare dal vecchio lungo e ossuto Ferrari, bianco non solo per antico pelo, ma anche per il nomignolo, burbero come un Cerbero che ritirava i biglietti all'ingresso alla platea, al piccolo macilento Cucchetto, il falegname bullettinaio del loggione, quasi sempre in cimbali, per cui credo goda adesso la gloria dei cieli; tipo di fervente adoratore del nostralino, che faceva il paio nella sua devozione con il calzolaio Berruti (Ber, quattro scciappe fan di...), suonatore di timpani, avvisatore teatrale, portaceste e distributore di manifestini, sebbene come fisico e appiombo superasse il Cucchetto non soltanto per la statura.
Ma il Berruti, oltre all'essere un fervente devoto del nostralino, era anche un adoratore del teatro Chiabrera, per il quale nutriva una passione da amante e credo sia stata la pi grande ed esclusiva passione della sua esistenza. Nemmeno la moglie deve aver amata tanto. Allorch il teatro era chiuso, sembrava un morto che cammina; triste, accorato, avvilito, la testa bassa, come un amante cacciato fuori dell'uscio dalla donna idolatrata. Faceva compassione. Appena correva voce d'una stagione d'opera si rianimava taumaturgicamente e diventava ilare, vivace, alacre, beveva il bicchierotto a testa eretta, il mignolo alzato con la rapidit di colui che ha fretta, s'asciugava la bocca col dorso della mano, si tirava i pantaloni in cintola, salutava con voce sonora, e via. Dal suo fare tutti capivano che c'era qualcosa in vista e se l'interrogavano si dava delle arie da persona che sa, ma non pu parlare, legato dal vincolo professionale.
Al cominciar delle prove, Berruti tirava fuori il berretto gallonato con la scritta in oro "Teatro Chiabrera", la marsina nera, la camicia bianca inamidata col colletto a farfalla e col cravattino nero, e lo si vedeva camminare affaccendato, sorridente, sfolgorante di letizia divina e con nella voce l'accento vibrante, soddisfatto di uno che ha vinto al lotto. Il suo cuore si apriva o si chiudeva con i battenti del teatro, e ci sarebbe. da scriver molto sulla sua vita di appassionato del nostro Massimo.
Invecchiando, il povero Berruti divenne come scemo; eppure malgrado lo squilibrio della mente, non dimentic la venerazione verso il suo idolo, e quasi tutti i pomeriggi s'andava a sedere sui gradini della facciata, con la schiena appoggiata a una colonna e vi rimaneva fino a notte, muto, vaneggiando forse entro di s di suoni, di canti, di fantasmagorie coreografiche, e di serate trionfali a cui aveva partecipato vibrante d'entusiasmo e d'amore con tutto il teatro.
Col timpanista Berruti, seduto attento sopra le sue "cazzeruole" (cos chiamava il suo strumento), con nelle mani le due bacchette terminanti a palla, dietro i violoncelli e i contrabbassi, ricordo il baffuto Bolens, serio e grave, intento a segare il grosso istrumento, il Rastellino sottile e lungo come uno spaghetto, sempre intento ad allontanarsi i baffi grigi spioventi di sulla bocca, quanti altri tipi caratteristici dell'orchestra ho trovato nella mia "mnemoteca" e che voglio trarre fuori dall'oblio del tempo, che tutto macina e seppellisce nel profondo baratro di ci che fu. E poich ho citato il nome del Rastellino, ne vedo urgermi nella mente la figura caratteristica e bonaria di contrabbassista di merito ed eccellente chitarrista; uomo parsimonioso, equilibrato a cui non ho conosciuto che un vizio: la pipa, eternamente accesa fuorch durante gli spettacoli. Quando il "Chiabrera" era chiuso, faceva parte dell'orchestra del Politeama o del "Wanda", perch buon musicante, ma sebbene fosse quasi sempre occupato, tirava la vita a stento e per risparmiarsi la "gambata" o il tram da Savona a Zinola, attendeva sino alle 2 di notte - d'estate o d'inverno, con qualunque tempo, acqua, neve o vento rigido, passeggiando frettoloso con le lunghe gambe - il posto a cassetta, a fianco del vetturino del carrozzone dei morti, mentre altri degli orchestrali facevan venir le ore di andare a letto, sbaffandosi dal "Nato", da "Basilio", dall'"Amalia" o da "Pescetto" la porzione di trippe e la bottiglia di barbera, in allegri conversari, pieni di aneddoti piccanti.
Per decenni, Rastellino fu compagno di tutti i poveri morti, cui nessuno si degna di un funerale, che fecero l'estremo viaggio col "Carro del ghiaccio" come il popolino chiama il furgone mortuario; finch una brutta notte il vetturino part solo in serpa da Savona. Il buon contrabbassista l'aspettava ai piedi d'una scala della borgata di Zinola, non con la pipa accesa in bocca, ma per far l'ultimo tratto di viaggio insieme rigido e freddo entro una bara.
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Figura simpatica, piena di vitalit e di baldanza, fu certamente Angelo Serravalle detto Perito, valentissimo violino primo e istruttore della vecchia orchestra del Chiabrera; savonese al cento per cento, con quel zinzino di "stondaismo" che  per ogni buon savonese come una marca di garanzia di nativit ciciollara autentica, tale da renderlo inconfondibile dai discendenti d'immigrati acclimatatisi all'ombra del Brandale.
Di statura un poco pi bassa della media, acceso in viso, i baffetti tirati, il cappello sull'ocipite che lasciava scoperto un ciuffo rado e grigiolino, la pipa eternamente fra i denti, giocatore di carte e di bigliardo, uomo di compagnia, amabile e divertente, abitudinario del Caff Barile, non v'era chi non lo conoscesse. Oltre all'essere un valente professionista, era anche un insegnante di violino molto apprezzato e ha lasciato allievi che si fecero merito come i fratelli Calabria e un suo figlio stesso, diventato un concertista di fama. E fu appunto per esser vicino al suo degno figliolo ch'egli si trasfer a Milano, dove entr a far parte dell'orchestra della Scala e, purtroppo, vi mor molti anni sono.
Altro tipo notevole di professionista l'Allegreti, biondo con la barba alla nazzarena, che per molti anni disimpegn la parte di violino di spalla, sotto concertatori di grido. Veniva dal Conservatorio di Parma e a Savona si stabil, aprendo una scuola di strumenti a corda e a plettro, molto frequentata e che diede ottimi allievi. Era di carattere dolce come lo sguardo dei suoi occhi chiari e apprezzatissimo nell'ambiente musicale.
Bella figura, alto, dal portamento serio, quasi professorale l'altro violino primo Berruti, buon musicista, accordatore di pianoforti e buon padre di famiglia, nella quale l'amore alla musica era coltivato con passione e contribu a fare della di lui figlia una egregia arpista di buona riputazione e molto ricercata anche come pianista.
Ottimo professore l'Asquasciati-Palmarino, impiegato civico e violino dalla bella cavata, discretamente calvo e appassionato dell'arte dei suoni; caro e buono come carattere e come violino l'Agostino Ferro, fabbricante allora di paste alimentari, parente del celebre maestro Forzano, e che come il Palmarino suonava per pura passione musicale, come ancor oggi  un entusiasta di Euterpe nonostante i raggiunti ottant'anni, che porta con disinvoltura giovanile. Tranquillo e biondo e anche lui impiegato comunale, l'Aragno, figlio al maestro Aragno (un vero valore che lasci molte e lodate composizioni per piano e orchestra e che meriterebbe d'essere maggiormente ricordato fra i nostri compositori), fratello al ben noto maestro Dante Aragno che del padre continua l'opera geniale con composizioni che ebbero largo e pieno successo.
Clarino primo e solista apprezzatissimo il simpatico rag. Pippo Marcenaro, sempre arzillo e in gamba come un giovanotto trentenne, uno dei migliori elementi della banda del Club Progresso Operaio all'epoca in cui si afferm fra le prime nei concorsi bandistici nazionali, sotto la bacchetta del maestro Collaretto, del quale dir in appresso. Accanto al Marcenaro, ricordo il capo sezione municipale Giuseppe Fazio, dal flauto magico incantatore come quello di un fauno innamorato, bruno, elegante e valentissimo; Guglielmo Pertino, l'oboe dalla dolce cavata malinconica, come un canto appassionato e nostalgico, caro a tutti i concertatori e direttori di orchestra succedutisi sul podio del Chiabrera, e capacissimo di far la barba e bene a tutti i suoi colleghi (infatti, fa ancora oggi il barbiere); il tondeggiante, roseo e pelatissimo Molinari, curvo sul suo lucente corno, affiancato dal bruno e magro Derossi, musicante nell'anima e professionista esimio dalla cavata sicura nonostante l'et e che formavano una coppia affiatatissima e sicura nei frequenti a solo del vecchio repertorio operistico; il caro, buono e universalmente simpatico Carlo Colaretto il vero musicista nato, prima tromba in orchestra, e pi volte maestro e concertatore in stagioni d'opera extra al Chiabrera e al Politeama, autore di ballabili e di romanze e d'una operetta dal titolo "Il Tramvai", acclamata e replicata con buon successo una quarantina d'anni sono. Uomo senza sussiego, alla mano, allegro e faceto, fondatore delle maggiori bande musicali cittadine che seppe guidare a vittorie veramente superbe, in competizioni con bande affiatate e sussidiate da municipi e organizzazioni poderose, con la sua bravura e con la paziente costanza, ricevendone qualche volta in premio amarezze e disconoscenza, come generalmente succede alle persone di vero merito cui  ignoto l'intrigo degli artisti mediocri.
Ci malgrado ha scavalcato felicemente i sedici lustri in buona salute, con elasticit giovanile e s'avvia in perfetta forma a vincere la maratona dei cento, a braccetto di Gigi Ferro, seconda tromba in orchestra e prima della banda del Club Operaio, un ottimo elemento che ebbe momenti veramente eccezionali di fervore per la dolcezza e la sicurezza del labbro nei pubblici concerti cittadini quale solista in parti che seppe rendere con suggestionante efficacia e sentimento. Il Ferro ai suoi tempi oltre all'ingegno musicale era dotato di bella prestanza della quale conserva ancora non dubbie tracce specialmente nello sguardo vivace e nella voce robusta, e, malgrado i volumi di fiato trasformati in melodie soavi e gli acciacchi che lo inchiodarono per pi anni in letto, ha saltato a pie' pari gli ottanta e si considera buon concorrente per la maratona dei cento col Ferro Agostino e col Colaretto, proponendosi di batterli di qualche lunghezza.
Le cartelle di questi ricordi si sono accumulate l'una sull'altra, e mi par di sentire l'amico Pippo richiamarmi all'ordine dello spazio, fra tante maratone a cui auguro esito felice, raccomandandomi di non voler fare anch'io la maratona degli articoli. Per cui rimando il seguito a una prossima volta.
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Scrivendo queste note, non  mai stata mia intenzione di dare un elenco esatto dei professori d'orchestra del Chiabrera. Avrei fatto cosa lunga e arida come in genere tutti gli elenchi. Ho voluto sceglier fra i migliori e i pi caratteristici, rievocandoli con brevi tratti a memoria, e credo d'esserci riuscito. Certo vi saranno dei dimenticati anche fra i valenti, meritevoli di ricordo, ma ci non nuoce al quadro che mi son proposto di proiettare agli occhi dei lettori nel suo insieme. E poich nella scorsa puntata ho detto di felici maratone verso i cento anni, che diversi ex professori stanno compiendo, devo aggiungervi il mio caro e vecchio amico Baciccia Dodero, ex pesatore al porto, contrabbassista e suonatore di basso in fa, altro dei buoni elementi della famosa banda del Club Nautico, che da parecchi anni ha svolto la punta degli ottanta, con una magistrale bordata, e che tuttora sente la nostalgia di certe deliziose suonate in do maggiore senza intralci di bemolle in chiave, che anch'io, al par di lui odio bench non sia suonatore d'orchestra e mi accontenti di pizzicar la chitarra quando me ne prende l'estro. Certo con un bell'archetto teso gli effetti sono maggiori, come per esempio quelli che sapeva trarre dalla sua viola d'amore il Mancinotti, il quale, abbench non risiedesse a Savona, per molti anni non manc mai alle stagioni del Chiabrera.
E dal momento che ho accennato agli effetti d'arco, non posso passar sotto silenzio i dolcissimi e suggestivi passaggi di violoncello, che l'impiegato telegrafista Bosio sapeva trarre dall'armonioso suo istrumento, n alla vigorosa cavata dei giovani violini (ora discretamente divenuti anch'essi grigi) Enrico Calabria e fratello, Aonzo Angelo, Bruno Dario, Benvenuto Orazio, Maramotti, Callegaris e Nicklas, che man mano sostituiscono i vecchi professori, dei quali dissi nelle mie note precedenti. Elementi ottimi, studiosi, innamoratissimi dell'arte dei suoni, attenti alla partitura e alla bacchetta direttoriale e anche alle belle figliole che andavano a deliziarsi alle soavi musiche dei nostri grandi compositori, sotto i suoi balconi a volte, a spettacolo finito improvvisavano serenate, che le traevano di letto per ascoltar rapite i novelli trovieri innamorati.
Belli e sospirosi tempi nei quali si parlava d'amore con una patetica violinata nell'incantato silenzio della notte e si legavano cuori soavemente coll'onda melodica d'una canzone appassionata!
Ma non tutti gli strumenti posseggono la voce allettante del violino, della viola, del violoncello, del flauto e dell'oboe atta a sedurre i cuori femminili. Ditemi voi che avrebbe potuto fare il buon Rovere, con il suo lungo fagotto, sotto una finestra anche nella notte pi propizia di silenzio e di luminosit stellare?
E l'Emanuel e Rainucci e Frumento e Valdora con i tromboni lucenti? Mugolii da bove sgozzato e squilli da far svegliare di soprassalto col batticuore, intontiti come da una scossa di terremoto. Un disastro! Eppure nella fusione orchestrale anch'essi concorrevano da bravi a dare quell'armoniosa possanza sinfonica che s'eleva grandiosa e imponente nei momenti culminanti dello svolgimento della creazione lirica.
L'Emanuel non era savonese, ma a buon diritto lo si poteva considerar tale, non foss'altro per la buona dose di "stondaismo" di cui soffriva pure il Frumento, mentr'era tutto l'opposto il biondo e calvo Rainucci. Altro tipo pacifico, tondeggiante e serafico, l'ottimo Pippo Ferro, abbench suonasse gl'istrumenti maggiormente fragorosi dell'orchestra che costituiscono la cosidetta "batteria". Era un amico caro e di cuor grande come la sua mole, ben voluto e conosciutissimo sotto il nomignolo di "Sanda" che divideva con i suoi numerosi fratelli, tutti fornai, famosi per la saporita focaccia che a mezzanotte all'uscita dal teatro andavano a comprare a frotte, tanto per aver qualcosa da mettere sotto i denti e berci sopra un quarto di nostralino. Era anch'egli un appartenente alla banda del "Club", come il Rainucci, il Ceriana, l'Ottonello, il Bertolotti Giovanni, lo Anselmo Emanuele, il Fava Gaetano, timpanista succeduto al povero Berruti, l'innamorato del Chiabrera.
Ormai la lista degli orchestrali ha assunto quasi la forma dell'elenco, mio malgrado, e non posso chiuderla senza ricordare il Grattarola, ottimo flauto come l'Invernizzi, e appassionatissimo e valente giocatore di pallone a bracciale, rivale del noto defunto comm. Giovanni Scotto che era un imbattibile ed elegantissimo battitore, il Bottelli, simpatico e allegro compagnone, possessore di un inesauribile sacco di facezie e di aneddoti gustosissimi, che succedette al Molinari quale primo corno, l'Albini un clarino da concerto degno di figurare a fianco del rag. Marcenaro, e qualche altro di cui mi sfugge il nome, e che nulla guasta nella prospettiva del quadro di questi validi e valenti professori della nostra orchestra di opera d'una volta. Tutta gente che professava l'arte dei suoni pi per passione che per lucro come lo dimostrano le professioni loro di impiegati, capisezione, commercianti e industriali dei quali sempre si sono lodati i diversi maestri venuti a dirigere stagioni d'opera.
E con questo ho finito. In un prossimo numero prender in rivista le masse corali maschili e femminili fra le quali abbondano le macchiette degne d'essere ricordate. E i vecchi savonesi non li ignorano e li rivedran volentieri evocati su queste colonne.
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Il canto segue la musica, ed eccovi ora come promesso, una visione panoramica delle antiche masse corali del nostro Massimo. La parola "massa", per quanto negli annunci delle molteplici stagioni liriche apparsi alle cantonate vi abbia sempre visto annunciati: "40 coristi d'ambo i sessi", non va presa nel senso di moltitudine, ma bens quale termine d'uso. E veramente quando non "rinforzati" da elementi forestieri o affiancati da qualche comparsa, non credo che la massa corale abbia mai superato, di molto la trentina d'individui, proprio di ambo i sessi. L'elemento femminile fu sempre discretamente esiguo e non composto di Veneri e di Giunoni, sebbene la "Boccialina" dal notevole vocione di contralto e qualche altra fossero abbastanza famose. Certo le nostre coriste non erano, anche sotto i vestiti di brocato di seta e di velluto, brillanti di orpelli e di conterie, dame da ingelosire le regine e le principesse a cui facean seguito, n mai sfolgorarono di invidiabile prestanza e freschezza.
Per si disimpegnavano abbastanza e frammezzo qualche buona vocetta c'era. D'altronde, bisogna considerare i tempi e i pregiudizi che in allora gravavano sulle donne, e se non potemmo ammirare le vecchie coriste per venust, meritan d'essere segnalate per il loro coraggio.
Oggi di ragazze e di donne disposte a calcare le tavole del palcoscenico se ne troverebbero a bizzeffe, pronte a integrare le virt canore con effetti di gambe nude; cosa che non avreste mai ottenuto dalla Mascasse o dalla Vesco, cui piacevano le vesti lunghe sino a terra e non lasciavano mai scorgere nemmeno i garretti. Se si doveva vestir la maglia per una parte di paggio, era sempre qualcuna di fuori o una comprimaria a cui si ricorreva. Esse erano l per cantare e non per farsi ammirare, e il pubblico aveva torto di sfoderare sorriselli ironici, ogniqualvolta un'artista lor rivolgeva complimenti in musica, chiamandole "belle dame" o "soavi fanciulle". Una certa evidente contraddizione c'era, ma la parte cos voleva e non ho mai saputo che una corista, oltre gli abiti, debba pur cambiare il viso e l'et a seconda del personaggio che deve figurare. Sarebbe una pretesa assurda e non consona alla finzione scenica. In teatro tutto  falso e si pu accettare per giovinetta una sessantenne ben fornita di ciccia alla giarrona, quando ha le trecce gi per le spalle e il vestitino succinto e magari un occhio cotto; non c' da farne meraviglia se un De Grieux - come accade al Chiabrera - in mezzo a un gruppo di semicentenarie cos conciate, s'esalta, canta: "Fra voi belle brune e bionde" e si becca gli applausi come si trovasse veramente tra boccioli appena schiusi.
In fatto di spettacoli lirici, siamo sempre stati troppo esigenti e ce ne accorgiamo ora che ci tocca spesso digerire esecuzioni e compagnie di terzordine, come primarie e il sussiego di cui si ammantano coloro che ce le scodellano. Abbiamo guadagnato in estetica, non in quanto al rimanente e alle povere vecchie coriste, che per qualche lira a recita affrontavano quattro ore di veglia e gli applausi ironici del pubblico, sotto spoglie che mai furono cos ben mentite, dobbiamo il nostro postumo compatimento e un zinzino di riconoscenza.
E nemmeno giovanotti di primo pelo, tolto poche eccezioni, erano i coristi. Ma per l'uomo non si richiedono certe esigenze. Si guarda di pi alla voce e le voci non erano brutte. C'era chi n'aveva da vendere, come l'Edoardo Visconti, piccolo e grassotto, primo tenore di fila che nei concertati sfoderava certi "do di petto" da far invidia a un tenore di cartello. Era un caro tipo, amabile e cortese e sosteneva spesso parti di comprimario. Possedeva la stoffa dell'artista e studiando in giovent avrebbe potuto lasciare il deschetto per le scene, come accadde al Gamba, che da corista del Chiabrera divenne tenore della Scala di Milano e si sarebbe classificato fra i celebri se non fosse rimasto vittima del terremoto di Messina, mentre cantava l'"Aida" a quel teatro regio. Parimenti il Macnez, che godette di bella notoriet come tenore lirico e cant nei maggiori teatri, fu tra i coristi nostrani.
Altro corista dal volume poderoso di voce, l'Angelo Berruti, basso profondo, quasi sempre chiamato a sostenere parti di comprimario e scritturato dalla impresa Castiglioni come secondo basso in un giro nei teatri del levante, dove venne assai apprezzato e applaudito. Calzolaio anch'egli come il Visconti, il Gamba, il Masio, il Pavia, altro basso, mingherlino e bonario, che purtroppo fece una fine infelice. L'esservi tanti calzolai fra la gente di teatro non vi deve far meraviglia e nemmeno dovete pensare siavi relazione fra le battute di suole e le battute musicali. Niente affatto, dal momento che eranvi pure assai parrucchieri e parecchi tipografi, professioni molto pi libere di tante, e che permettono ai seguaci di Euterpe di frequentare prove nel tempo in cui altri sono costretti al lavoro. Il segreto  tutto l e ve lo spiegherebbe ampiamente l'Evaristo Gambarotta, basso profondo, bell'uomo, parrucchiere del teatro, dotato delle arti diplomatiche di un Figaro consumato, il quale in fatto di psicologia e di saper fare oltrepassava in profondit le note sotto le righe del suo registro. Di carattere conciliante, sensato e allegro fu l'arbitro naturale in tutte le beghe sorte fra imprese e cori, cavandosela con piena soddisfazione di tutti. Era tra i pi eleganti e dignitosi interpreti del suo ruolo: e mai fu veduto nel disimpegnare la parte di conte o di marchese tirarsi in cintola i pantaloni con mossa popolaresca, o porsi le mani sui fianchi ascoltando le tirate d'un Ferrando su l'"abbietta zingara", come qualche altro suo compagno di coro, in attitudine che sapeva pi di piazza che di palazzo.
Ma questi sono nei e pretese esagerate in chi ancora un'ora prima rifiniva una scarpa o dava un colpo di forbice dentro una zazzera.
Il nostro corpo corale ebbe del resto ottimi elementi e un istruttore capace volonteroso e paziente quale il povero Deoberti che di sotto la cuffia del suggeritore fu sempre l'anima degli spettacoli e l'opera sua di quarant'anni meriterebbe di essere ricordata con una targa nell'atrio del teatro, cosa di cui mi occuper in un'altra mia con la quale chiuder queste mie note che stanno prendendo aspetto serpentino e barboso.
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Baritono di bella voce e dalla figura elegante e alta, il negoziante calzolaio Corrado, e di pur bella voce tenorile l'altro negoziante calzolaio Lamberti, detto "Perito", uomo facoltoso che pi volte assunse l'impresa del teatro, naturalmente rimettendoci, perch ben pochi, toltone qualcuno di mestiere, furono gli impresari che chiusero le stagioni con guadagno. Il Lamberti studi pure, per diverso tempo, il canto, credendo di poter diventare un artista, ma purtroppo non riusc ad esser altro che un ottimo comprimario come il cappellaio Luigi Cuneo, buono e caro amico, padre del professore di violino e tenore, sentimmo nella "Tosca" anni or sono. Luigi Cuneo avrebbe potuto benissimo reggere seconde parti e lo udimmo sostenere, con buon esito, il ruolo di Arlecchino nei "Pagliacci" e qualche altra particciola in opere diverse. Era amantissimo del canto e ci metteva tutto il suo impegno, desideroso di ben figurare; cosa che riusc sempre a conseguire, malgrado il poco rilievo dei personaggi interpretati, e in ci imitato dal profumiere Alfredo Testa.
Un altro artista di grido, che i coristi savonesi potrebbero vantare da essi uscito, l'abilissimo tornitore in legno Matteo Ferrando, dalla bella ampia e armoniosa voce veramente teatrale e della imponente figura, se la eccessiva modestia e le cure famigliari non gli avessero impedito di studiare. Il Ferrando possedeva tutti i numeri per riuscire con certezza assoluta e lo sentii pi volte affermare dal maestro Deoberti, che di voci era competente, il quale se ne rammaricava sinceramente, come del pari si mostrava contrariato dal non avere il Giobatta Quercia seguito i suoi consigli di darsi all'arte, invece di lasciarsi irretire dai lacci d'Imene. Mentre il Ferrando aveva voce e caratteristiche del baritono, dal grande ruolo drammatico, il Quercia vantava una bella voce limpida adatta a parti della tessitura di baritono del "Barbiere", della "Favorita", del "Ruy Blas", ecc., e l'udimmo debuttare con vivo successo nella parte dell'"Araldo" in quella celebre edizione della "Gioconda" di Ponchielli, sotto la direzione del maestro Panizza, con la celebre soprano Pizzorni, il tenore Rambaldi, il baritono Giani, la Ceresoli e la Rusconi; edizione che ancora oggi  ricordata e citata ad onore dell'impresa di Fortunato Anselmo, il quale nulla trascur perch fosse degna di un grande teatro. Se il buon Baciccia, com' dagli amici chiamato, non avesse posseduto bella voce, certo il Panizza che era esigentissimo non se ne sarebbe accontentato, e al giusto rammarico del maestro Deoberti, sia per il Quercia che per il Ferrando, va unito quello di tutti gli amici dell'arte musicale.
Buon tenore intelligente e intonato il Giuseppe Duce, collega in arte tipografica col Quercia, col Giovanni Ferro e col Giuseppe Marino, coristi e comprimari a cui, con certezza, potevasi affidare una parte anche se un poco scabrosa senza che il maestro dovesse ammattire a "mettergliela in gola" come si dice in gergo teatrale. Tutti bravi ragazzi, innamorati del canto e delle compagnie allegre, di coltura superiore alla media, dotati di genialit propria e feconda fantasia, come il Duce che fu apprezzato collaboratore teatrale del cessato quotidiano "Il Cittadino" e per lunghi anni direttore dell'"Indipendente", che calcava il palcoscenico per verace passione. A proposito della sua duplice personalit di cantore e di pubblicista, ricordo uno spiacevole incidente avvenuto al riguardo di una artista ch'egli aveva difeso, biasimando certe manifestazioni ostili d'alcuni abbonati, i quali, offesi, per rappresaglia volevano che l'impresa l'allontanasse dalle scene fischiandolo. Giuseppe Duce tenne duro, assumendo la responsabilit dei suoi giudizi come scrittore che nulla aveva da condividere con la parte sostenuta nell'opera musicale, mi pare fosse il "Mefistofele" del Boito, e il pubblico unanime l'applaud calorosamente, dandogli completa ragione. Fu una bella lezione di dignit, a quei soliti "certuni", usi a giudicare gli artisti e le artiste in specie a seconda delle amabilit che ad essi manifestavano.
Dovrei ora parlare d'Arturo Giovara, dalla gran voce baritonale che sciup per le strade e per osterie spensieratamente da ricco signore, come il Carlo Montemerlo che pur avrebbe potuto essere un artista di merito per il bel timbro robusto e per la quadratura perfetta. Ma quando si  giovani e piace risvegliare il bel sesso con le dolci serenate, a certe cose non si pensa.
In complesso, dunque, come in orchestra avemmo elementi veramente superiori, anche nelle voci maschili dei cori del vecchio teatro Chiabrera, non mancarono le voci belle, pastose, intonate, degne di artistica carriera. E poich ho finito sarebbe colpa non accennare all'opera intelligente e paziente - come gi dissi - del povero Antonio Deoberti, che dei cori fu l'istruttore e il maestro, sapiente collaboratore dei direttori d'orchestra e pernio degli spettacoli sotto la minuscola cupola del suggeritore per pi di 40 anni.
Maestri celebri ormai che rispondono ai nomi di Ettore Panizza, Benvenuto Coronato, Adriano Lualdi, Ugo Tansini, Edmondo De Vecchi, Oscar Anselmi, Franco Capuana, Alfonso Vitali e furono al "Chiabrera" a dirigere stagioni d'opera lirica, lo ebbero caro e ne vantarono la genialit indefessa, come in maggioranza lo prescelsero gli artisti, quale accompagnatore al piano nelle loro serate d'onore. La di lui vita  legata ai successi artistici del nostro Massimo come il cordone ombellicale lega il figlio alla madre ed  degna di ricordo.
Gli estimatori - nonostante i difetti del carattere - che ancor oggi lo compiangono, sono moltissimi; una lapide in marmo da porre a suo ricordo nell'atrio del "Chiabrera" non costa gran somma e sarebbe doverosa.
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FINE.